Quando i bisogni non sono più desideri Noi, malati di stress

1 Ottobre 2014

di Lalla D’Ignazio Prezioso quanto non mai in questi tempi di crisi, il lavoro è divenuto per l’uomo fortunato che lo possiedetroppo spesso fonte di disagio, di problemi che assumono i caratteri di...

di Lalla D’Ignazio

Prezioso quanto non mai in questi tempi di crisi, il lavoro è divenuto per l’uomo fortunato che lo possiedetroppo spesso fonte di disagio, di problemi che assumono i caratteri di patologie, nella correlazione con esso ora anche riconosciute dal Servizio sanitario nazionale non solo italiano. Lavorare stanca, è realtà, ma questa stanchezza naturale generata dalla normale fatica, fisica e “di testa”, ha ormai assunto i contorni di un malessere pesante che accompagna la persona ben oltre le mura dell’ufficio, dell’azienda, del cantiere, dello studio, del negozio e di qualsiasi altro luogo ospiti l’umana attività quotidiana che serve “a campare”.

Sì parliamo dello stress con i suoi derivati: ansia, gastrite, ulcera, depressione, crisi di panico, mal di testa.... Ma cosa è lo stress? E si cura? Michela Cortini, docente di Psicologia del lavoro all’università d’Annunzio di Chieti, propone un approccio particolare. «Fin dai primi tentativi di definizione del fenomeno dello stress, appare chiaro come questo sia fondamentalmente uno sbilanciamento tra le richieste provenienti dall'ambiente e la capacità di risposta individuale. In tal senso», spiega, «lo stress ha una natura relazionale, risiede nella relazione tra uomo e ambiente; dunque è un fenomeno altamente soggettivo, collegato sì alle caratteristiche proprie dell'ambiente di lavoro (i cosiddetti stressors) ma soprattutto alla valutazione che di questi fa il lavoratore, unitamente alla propria capacità di reazione». I fattori di stress dunque sono da un lato fisici – luminosità, rumori, scomodità, carichi di lavoro, temperatura e simili – affrontati dalle leggi e dai rapporti sindacali; dall’altro relazionali e imperniati sulla capacità umana di reagire alle sfide continue cui il lavoro sottopone. Si pensi ad esempio alla “minaccia” della tecnologia per un lavoratore non giovanissimo: dover imparare cose nuove con le difficoltà di una capacità di apprendimento fisiologicamente scesa, orientarsi in un mondo diverso in cui l’esperienza professionale accumulata non ha più valore, il senso d’inadeguatezza, la paura di restare indietro, il pericolo di perdere il posto di lavoro. Sentimenti sempre più diffusi e generatori di stress. Insomma di profondo e persistente malessere.

«Nella concezione tradizionale, lo psicologo del lavoro individua gli stressors al fine di contenerli in misura massima, e rileva le modalità con cui il soggetto fa fronte allo stressor, considerato un evento "patogeno" da combattare e correggere», spiega Cortini. «In tal senso la psicologia del lavoro si è sviluppata come "scienza in negativo", attenta al disfunzionamento, al malessere, al servizio degli interventi clinici correttivi. Poco è stato fatto per studiare il benessere, per studiare le potenzialità». Perché è possibile rovesciare il punto di vista. «Secondo la psicologia positiva recentemente sviluppatasi in seno all'approccio salutogenetico», afferma la docente, «stress e fatica sono in realtà inevitabili, senza per questo dover necessariamente divenire ostacolo al benessere e all'autorealizzazione». Tutto sta nella capacità di reazione e di trasformare il problema in opportunità, parrebbe. «Ovviamente la qualità dei diversi contesti di vita e di lavoro è rilevante nel favorire o meno un orientamento della persona verso il benessere», chiarisce Cortini, «ma, in buona sostanza, nessuna circostanza, nemmeno la più avversa sulla carta, può impedirci di mantenere un orientamento attivo verso il benessere». Questo tipo di intervento mira allo sviluppo del proprio potenziale.

Si parte dalla considerazione che, a differenza di tutti gli altri animali, l'uomo non si limita a vivere utilizzando l'ambiente in cui si trova, ma tende a trasformarlo e a generare nuovi aspetti e parti che senza di lui non esisterebbero. Solo l'uomo è capace di generare qualcosa di nuovo nel suo rapporto col reale.

E anzi, l'uomo vive di questa generatività, per questa generatività. Così nel ragionamento ecco affacciarsi due aspetti fondamentali della vita: il desiderio e il bisogno: «Il desiderio ha una forza motivazionale molto più grande del bisogno, il bisogno risponde alle motivazioni più basse ed estrinseche, mentre il desiderio si focalizza sulle motivazioni più alte ed intrinseche», ricorda la docente. Quindi quando il lavoro è ridotto a puro sistema di soddisfazione di bisogni estrinsechi eccoci sfibrati. Viceversa, il desiderio, quello autentico e personale e non preconfezionato, a parità di fatica fisica (pensiamo a un viaggio fatto per andare a trovare l’amore della nostra vita e uno intrapreso per una riunione con capi e colleghi!) non provoca stress ed è, al contrario, capace di generare nuova energia e nuove possibilità. «Nella storia del lavoro troviamo una duplice immagine del lavoratore: come servo e come artigiano», ricorda Cortini, «immagine che esemplifica il rapporto verso il lavoro come risposta a un proprio bisogno o, viceversa, come risposta a un proprio desiderio». Che siamo continuamente mossi da bisogni è un vissuto universale, dal bisogno di cibo al bisogno di affetto, tutta la parabola evolutiva umana, ma così come ogni singolo momento, è dettato da un bisogno. «Bisogno e desiderio sviluppano una dialettica, dove il primo è centrato sulla mancanza, inducendo un atteggiamento passivo, di attesa», aggiunge la docente, «viceversa, il secondo è focalizzato su qualcosa di presente, almeno come possibilità». L’approccio suggerito dalla più moderna psicologia del lavoro è quello del self-empowerment, «incentrato sul desiderio», spiega Cortini, «come funzione dell'io e come capacità di andare oltre il proprio limite, lavorando sui propri desideri per favorire la progettualità; in questo senso l'avvio del self-empowerment non può che essere una ricentratura della persona sull'asse dei propri desideri, senza dimenticare i limiti che realtà e bisogni ci mettono continuamente di fronte».

Nonostante siamo in una società che ci bombarda di finti desideri, non sempre ci è chiaro cosa desideriamo. «La società ci dice che dobbiamo desiderare tante cose, come se fossero necessità, bisogni, il desiderio non ce lo può “prestare” nessuno, solo l'io lo riconosce e lo può perseguire. L'adulto ha paura di dire “mi piacerebbe questo” perché è difficile oggi dire “mollo il lavoro che ho per fare un altra cosa che corrisponda di più ai miei desideri”. Non è tanto poi cambiare veramente lavoro, ma autorizzarsi a considerare le alternative, l’apertura di possibilità psicologica, autorizzarsi nella propria testa, poi se le circostanze ti costringeranno rimarrai nel tuo lavoro, ma con un atteggiamento nuovo».

Il “male di vivere" spesso si annida nella reiterazione dei gesti quotidiani, svuotati di un significato per la persona; e la risposta più evidente, come dire facilmente accessibile "sul mercato", è quella della separazione tra un vissuto pesante, noioso, spesso incarnato dai doveri che i ruoli professionali implicano, e lo svago, il divertimento del weekend. Ciò che fa fare fatica va ridotto il più possibile, nella ricerca di un vissuto positivo, poco importa se superficiale. «È però possibile una visione unitaria dell'io, e dunque un'integrazione generativa di quanto viviamo, di bello e di brutto, capace di promuovere il benessere, senza limitarsi a mitigare il malessere. Il primo punto di lavoro in tal senso», suggerisce l’esperta, «è il rafforzamento della motivazione intrinseca, che tanto incide sul benessere individuale. Al contrario, ci sono numerose evidenze empiriche che dimostrano come la motivazione estrinseca (per esempio lavorare per un alto compenso) sia funzionale alla riduzione del malessere, non per forza di cose al favorire benessere».

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