Quando il Trofeo Matteotti era una festa per tutta la città

23 Settembre 2018

Il ricordo di Leonardo Bevilacqua e Palmiro Masciarelli, prima tifosi e poi corridori della gara «La domenica ci si svegliava all’alba per prendere i posti più spettacolari con vino e arrosticini»

PESCARA. L’attesa della città, la notte prima della corsa, i tifosi sulle strada già dalle prime luci dell’alba, le salite del cimitero e di Montesilvano Colle gremite di pubblico, il dualismo tra Saronni e Moser, ma anche Gimondi, Taccone e Bugno, i grandissimi nomi del ciclismo italiano e non solo. C’era una vola il Matteotti verrebbe da dire, quello che per tanto tempo ha rappresentato un marchio non solo per la città di Pescara, ma per una regione intera, invasa, in quei giorni d’agosto, da migliaia di persone provenienti da tutta Italia. E speriamo che possa tornare ad esserci, almeno in parte.
Leonardo Bevilacqua il grande Matteotti l’ha prima vissuto da tifoso, quando era più piccolo, poi l’ha corso, dal 1978 al 1985, forse i migliori anni della grande classica abruzzese: «Di quegli anni ricordo soprattutto l’attesa che c'era tra i tifosi, impazienti di vedere i migliori ciclisti lungo le strade di Pescara. Quando ero piccolo mi mescolavo tra la folla per provare a raccogliere una borraccia lanciata dai ciclisti che mi sfrecciavano davanti. Riuscire a portare a casa un cimelio era l’obiettivo di tutti i presenti». Poi prosegue nel suo viaggio nei ricordi: «Dall’altezza del conservatorio, su viale Bovio, fino a piazza Duca, i marciapiedi erano talmente pieni di gente che camminare diventava impossibile. Tutti volevano arrivare sotto il traguardo, ma o si partiva la mattina presto o ci si accontentava di vedere la corsa dove si riusciva a trovare posto. Mi ricordo che Serge Parsani, attuale direttore sportivo, nel 1983 venne dalla Lombardia per correre il Matteotti. Allora a Pescara c’era la barriera autostradale e capitava di dover fare diversi chilometri di coda. Lui si lamentò dell’attesa, poi però rimase colpito dalla gente presente lungo il circuito, e questo gli diede la carica per disputare una grande corsa, nonostante le precarie condizioni fisiche. Ma in generale quelli erano altri tempi. Quando sono stato costretto ad abbandonare la corsa, non sapevo dove fermarmi. Questo perché appena poggiavi i piedi per terra venivi letteralmente assalito dagli spettatori che avevi vicino, alla ricerca di un ricordo da portare a casa. Oggi invece lungo le strade di gente ce n’è davvero poca».
Un altro testimone del miglior Matteotti è Palmiro Masciarelli, lui che ha vissuto gli anni del dualismo tra Saronni e Moser: «I grandi nomi erano una cassa di risonanza per il pubblico, ma in generale la corsa veniva vissuto con uno spirito diverso. Ricordo che già nella settimana precedente, in città non si parlava d’altro. La domenica ci si svegliava presto per andare a prendere posto sulla salita del cimitero o a Montesilvano Colle, i tratti ritenuti più spettacolari. Quando arrivavano i ciclisti aprivano letteralmente il muro di folla, che si spostava formando per davvero due ali, come oggi capita di vedere negli arrivi di montagna del Giro o del Tour. E poi ci si organizzava: la gente veniva con fornacelle, vino e arrosticini, si stava tutti insieme. Il Matteotti non era solo un appuntamento sportivo, ma una festa per tutta la città». E non solo in salita: «Anche alla partenza a piazza Salotto, i ciclisti erano abbracciati da migliaia di persone che arrivavano da ogni parte d’Italia. Poi, mentre raggiungevano piazza Duca per la partenza, passando dal lungomare, dagli stabilimenti uscivano centinaia di bagnanti che trasformavano la passerella in uno spettacolo di applausi e colori. Purtroppo con il passare degli anni tutto questo si è perso, soprattutto per l’avvento del Pro Tour. Mi auguro che il Matteotti possa tornare ad avere almeno la metà del fascino di cui ha goduto negli anni ’70 e ’80, quando anch’io ho avuto l'onore di correrlo. È un simbolo della città e della regione».
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