«Quanti ammalati per la discarica?»

2 Settembre 2014

Il presidente della Regione, D’Alfonso, “sfiducia” Goio e sollecita Arta e Asl: serve un registro dei danni causati dai veleni

PESCARA. Un registro delle malattie legate ai tumori per le popolazioni che vivono nella zona di Bussi del Tirino, a seguito degli effetti, per via idrica, causati dalla discarica. È questa la richiesta alle Asl abruzzesi contenuta nella direttiva emanata ieri dal presidente della Regione, Luciano D’Alfonso: un resoconto che metta nero su bianco gli esiti del rapporto causa-effetto tra i veleni della discarica di Bussi, il sito inquinato più grande d’Europa scoperto nel marzo 2007 dalla Forestale, e le malattie che sono venute alla luce nel corso degli anni. Non, quindi, una task force, che accerti il nesso tra i rifiuti chimici e le neoplasie, dato per scontato, ma un numero preciso di ammalati.

La direttiva numero 9, che potrebbe essere anche interpretata come un preannuncio per un termine di mandato per il commissario delegato, nominato per il superamento della situazione socio-ambientale del fiume nel 2006, Adriano Goio (ma dalla Regione smentiscono un’ipotesi di questo tipo), è stata indirizzata, oltre che alle direzioni regionali delle Politiche della salute e dell’Agenzia regionale sanitaria, ai direttori generali delle Asl di Lanciano-Vasto-Chieti, di Avezzano-Sulmona- L’Aquila e di Pescara, rispettivamente Francesco Zavattaro, Giancarlo Silveri e Claudio D’Amario. Saranno loro a dover approntare il libro nero della discarica. A dire il vero, qualche studio sul rapporto tra causa e effetto in relazione alle sostanze chimiche inquinanti del polo chimico e della discarica di Bussi sarebbe già stato effettuato. Tra le altre, una ricerca del 2006, del professor Michele Amorena dell’università di Teramo, non avrebbe escluso un trait d'union tra il mercurio trovato nei capelli dei pescatori di Pescara e gli elementi chimici della zona di Bussi: secondo lo studio, vista l’alta concentrazione di casi nel medio Adriatico, il traghettatore del metallo sarebbe stato il fiume Pescara. E tutto lascia pensare, ma ancora non ci sono dati ufficiali, che i numeri possano dire che tra coloro che hanno contratto malattie una considerevole percentuale possa risiedere tra i lavoratori della zona di Bussi.

Nella direttiva di D’Alfonso si legge, inoltre, che l’obiettivo sarà quello di «rilevare dettagliatamente la consistenza epidemiologica della zona non solo longilinea interessata dalla struttura fluviale del Pescara, ma di tutto lo spazio sociale e comunitario che ha provveduto alle proprie esigenze di attingimento idrico dal giacimento sorgivo e fluviale». La «Regione», ha sottolineato D’Alfonso, «non può più permettersi di fare da elemento di ornamento passivo, poiché abbiamo l’obbligo di fornire ogni collaborazione avanzata per lo svelamento di ogni responsabilità penale, civile e anche di profilo sociale».

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