Quei decreti che influenzano la vita

Il professor Monti: passeggiata ammessa, ma sarebbe meglio un chiarimento
PESCARA. Tre decreti del presidente del Consiglio, emanati fra l’otto e l’undici marzo 2020, stabiliscono le regole da rispettare nell’emergenza Covid-19.
Dei tre, il decreto del 9 marzo che estende a tutto il Paese quello sulle “zone rosse” è quello che influisce di più sulla vita quotidiana imponendo l’obbligo di rimanere in casa salvo – testualmente – “comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute”.
Se la norma fosse finita qua, sarebbe stata semplice da capire, ma il suo coordinamento impreciso con la possibilità per alcuni esercizi commerciali e per i luoghi di culto di rimanere comunque operativi ha generato perplessità e confusione. È certamente incoerente lasciare aperti dei negozi se nessuno può - o potrebbe - uscire per acquistare i beni che vendono, o lasciare aperta una chiesa se nessuno può partecipare alla funzione.
Il decreto undici marzo, ha cercato di risolvere il problema limitando ulteriormente i tipi di negozi da chiudere, ma nulla ha detto sulla possibilità di andare a messa nonostante i divieti.
Che fare?
Prima di tutto, va compreso che oltre all’emergenza sanitaria, ci troviamo in una condizione di criticità per l’ordine e la sicurezza pubblica. Bisogna evitare disordini e rischi – come gli assalti ai supermercati o le “passeggiate spensierate” – che se diventassero generalizzati giustificherebbero ulteriori limitazioni della libertà individuale. E non per il contagio, ma per il pericolo pubblico causato dagli stessi cittadini. Ad oggi il ministero degli Interni, le prefetture e le questure hanno dimostrato grandissimo equilibrio e buon senso nel gestire la situazione. Evidentemente, però, questo non autorizza i cittadini a comportarsi come se nulla fosse.
Venendo al pratico, dunque, ad oggi per uscire di casa e andare a comprare qualcosa o per andare in chiesa c’è bisogno almeno dello stato di necessità. Di conseguenza, non si può più passeggiare, fare jogging e altre attività analoghe, anche mantenendo la distanza di sicurezza. Ben difficilmente, infatti, queste attività potrebbero essere basate su uno stato di necessità, mentre per invocare questioni di salute sarebbe necessaria quantomeno una specifica prescrizione medica. Questo rigore è ammorbidito dai “chiarimenti” diffusi dall’esecutivo che ammette la possibilità della “passeggiata”. Meglio sarebbe, però, chiarire la cosa in una modifica formale del decreto.
Anche uscire per acquistare uno smartphone potrebbe essere giustificato, ma solo se urgentemente necessario, ad esempio, per rimanere in contatto con familiari non conviventi. Viceversa, non sarebbe consentito semplicemente per approfittare di un’offerta o per “levarsi uno sfizio”.
Attenzione, allora: la legge non può prevedere tutti i possibili casi che giustificherebbero la violazione del divieto di uscire di casa, e quindi la valutazione concreta è lasciata agli operatori di pubblica sicurezza. Ciò significa che scuse fantasiose o improbabili sono garanzia certa di sanzione anche penale.
* professore incaricato
di diritto dell’ordine
e della sicurezza pubblica
Università di Chieti-Pescara

