Quella donna che ha rischiato di morire in ambulanza

PESCARA. Prende spunto dal caso drammatico di una giovane donna colpita da gravi complicanze post-partum, la Consulta clinica pescarese, per ribadire il no al super ospedale condiviso tra Pescara e...
PESCARA. Prende spunto dal caso drammatico di una giovane donna colpita da gravi complicanze post-partum, la Consulta clinica pescarese, per ribadire il no al super ospedale condiviso tra Pescara e Chieti. La donna ha avuto una trombosi cerebrale, risolta con successo all’ospedale di Pescara, nell’Unità di neuroradiologia interventistica. Ma poi, dato che un altro pezzo del trombo si trovava nel cuore, la paziente, in precarie condizioni, ha dovuto essere trasportata all’ospedale di Chieti, sede della cardiochirurgia, disciplina competente per la rimozione del trombo cardiaco endocavitario. Rimozione avvenuta anch’essa con successo.
«Ma il trasporto», affermano Antonio Ciofani e Fiorella Cesaroni, «ha messo in grave pericolo la paziente perché durante il viaggio il trombo fluttuante cardiaco avrebbe potuto staccarsi, raggiungere il cervello e rendere di nuovo necessario il ritorno a Pescara, dove ci sono le competenze di neuroradiologia interventistica. Come pure potevano accadere complicanze cerebrali durante e subito dopo l’intervento in sede cardiochirurgica. Le competenze messe in atto nei due ospedali», afferma la Consulta clinica, «sono requisiti dei Dea di 2° livello che, per legge, debbono essere localizzate nello stesso ospedale, proprio per la tempestività di azione e la necessità di non sballottare il paziente da un ospedale all’altro. I ministeri della Salute e dell’Economia lo hanno ribadito ben 3 volte. Ma se la paziente avesse avuto danni irreparabili dal trasporto, di chi sarebbe stata la responsabilità? Di chi si ostina a tenere separati in due ospedali i reparti che vanno messi nella stessa struttura. Quindi della Regione Abruzzo», concludono Ciofani e Cesaroni. (l.c.)

