Quella telefonata di aiuto sparita

Come è cambiato lo scenario in aula e quali sono le prove su cui la procura punta per ribaltare il verdetto
PESCARA. Una telefonata, quella di aiuto fatta dal cameriere dell'hotel di Rigopiano, Gabriele D'Angelo, giunta qualche ora prima della tragedia alla Prefettura di Pescara, potrebbe aprire uno spiraglio in favore dell'accusa nel processo di appello per il disastro del resort spazzato via da una valanga il 18 gennaio del 2017, che lasciò sotto le macerie 29 persone: processo ormai concluso e dove la sentenza è attesa nel pomeriggio di domani. Tante le voci che si rincorrono in questa vigilia sull'esito della decisione della Corte d'Appello aquilana presieduta da Aldo Manfredi. Ma le aspettative sono diverse. I 5 condannati sperano in una riforma della sentenza di primo grado che li tiri fuori. Tutti quelli che invece sono stati assolti sperano in una conferma. Mentre i familiari delle vittime auspicano un capovolgimento della sentenza di primo grado. Certo è che, sul disastro, che rappresenta il fulcro del procedimento madre (al quale si è poi unito il troncone che riguarda il depistaggio), pesa indubbiamente l'esito della perizia disposta dal giudice di primo grado, Gianluca Sarandrea, che ha assolto 25 imputati con il rito abbreviato, e condannato per il disastro Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio, a 3 anni e 4 mesi, il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, al quale sono stati inflitti 2 anni e 8 mesi, e altri due per reati collegati alla struttura.
La superperizia degli esperti nominati dal gup (Daniele Bocchiola, Claudio Giulio Di Prisco, Marco Di Prisco e Giovanni Menduni, docenti del Politecnico di Milano), non escluse che a provocare la valanga fossero state anche le diverse scosse di terremoto che quella mattina del 18 gennaio fecero tremare la montagna e gettarono nel panico molti ospiti che, purtroppo, erano impossibilitati a lasciare l'hotel visto che l'unica strada di fuga era bloccata da una montagna di neve. Una conclusione di imprevedibilità dell'evento che pesò e pesa ancora sulla decisione. Va anche sottolineato che, dalla discussione in appello (10 udienze per consentire a tutti di controbattere le 300 pagine dell'appello stilato dal procuratore Giuseppe Bellelli, che domani sarà presente in aula, accanto ai due sostituti, Anna Benigni e Andrea Papalia), nulla sarebbe emerso di clamoroso da far pensare a un capovolgimento del primo grado.
Diverso, invece, è il discorso per il depistaggio legato alla famosa telefonata di D'Angelo, già nota in Prefettura qualche giorno dopo la tragedia: quando cioè due funzionari chiesero al carabiniere Cameli di verificare a chi appartenesse quel numero che aveva chiamato per chiedere aiuto. E sul depistaggio i magistrati pescaresi (che in primo grado avevano chiesto la condanna per 26 dei 30 imputati a una pena complessiva di 151 anni) erano stati decisi nel ritenere la sussistenza del reato a carico dell'ex Prefetto, Francesco Provolo e altri cinque prefettizi. «Da un'attenta lettura delle relazioni redatte dal personale della Prefettura», si legge nell'appello, «e in particolare quelle della dirigente Ida De Cesaris, di Giancarlo Verzella, Giulia Pontrandolfo e Daniela Acquaviva, consegnate alla squadra mobile, al posto dei brogliacci non emergeva nessuna notizia circa la chiamata di D'Angelo in data 18 gennaio 2017. L'atteggiamento reticente nelle sommarie informazioni, corrobora e rafforza la prova della volontà di sviare le indagini. Qui si sostanzia il contributo al depistaggio dei quattro firmatari delle relazioni allegate alla nota di trasmissione dei viceprefetti incaricati dal Prefetto, su mandato del Prefetto stesso e per coprire l'inefficienza della Prefettura di cui Provolo era responsabile».
Un "cattivo funzionamento" della Prefettura evidenziato anche nel corso di una intercettazione telefonica da parte dello stesso Provolo.
«È proprio tale "cattivo funzionamento" della Prefettura che Provolo tenta di "celare" agli organi investigativi delegati dalla Procura di Pescara, mettendo sempre a tacere la richiesta di D'Angelo. Da cui - concludono i magistrati - arriva l'ultima voce da Rigopiano, una richiesta di aiuto e soccorso consapevole e reiterata. La sua voce è stata prima sottovalutata, anzi ignorata, e dopo la sua tragica morte sotto le macerie dell'hotel Rigopiano, si è tentato di cancellarla, seppellirla definitivamente».
La procura generale, lo ricordiamo, ha concluso la sua requisitoria chiedendo una pena di giustizia per 25 dei 30 imputati originari (6 della Regione Abruzzo, 6 della Provincia di Pescara, 5 del Comune di Farindola, 2 della struttura e 6 prefettizi). Domani il verdetto.
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