Quella voglia di esserci e trovare la gioia perduta

Il racconto del corteo visto da dentro, tante emozioni e ricordi dolorosi ma le penne nere d’Italia hanno restituito alla città il suo volto più vero
SEGUE DALLA PRIMA
L'Adunata nazionale degli alpini all'Aquila era una occasione troppo ghiotta per non ficcarcisi dentro con quel cappello recuperato insieme alle poche cose che il terremoto ha risparmiato.
Partenza dal villaggio provvisorio di Onna alle 15. Appena sulla statale 17 ecco la navetta dell’Ama. A Paganica scendono gli alpini che la sfilata l'hanno già fatta. E' come un passaggio di consegne.
Pochi minuti e si arriva nel parcheggio dell'Acquasanta dove altri bus sono pronti a partire. Miracolo, un servizio pubblico di trasporto così efficiente all'Aquila non si era mai visto. Quando si vuole si può.
Ci si dirige a piedi verso la caserma Rossi la storica sede del battaglione L’Aquila oggi dismessa. Ai lati della strada bancarelle con varia mercanzia. In mezzo mamme, bambini, papà, nonni e nonne. E' quell'aria di festa, un po’ paesana, che ti dà la sensazione di essere a casa fra gente che non ti conosce ma che ti saluta, ti sorride, ti aiuta se serve.
Cerchiamo di raggiungere l'ammassamento della sezione Abruzzi.
Per un equivoco finiamo a Collesapone dove ci sono la gran parte delle scuole aquilane. Tutt’intorno in attesa di sfilare ci sono le penne nere di Lombardia ed Emilia Romagna. Facciamo un lungo giro e giungiamo su viale De Gasperi. Sono le 16,15 e si vocifera che ci vorranno un paio d'ore prima che tocchi a noi. Nessuno si innervosisce: è come prolungare quel sottile piacere di essere parte di un evento storico. Incontro il consigliere nazionale dell'Ana (associazione nazionale alpini) Antonello Di Nardo, originario di Barisciano. E' un uomo che normalmente nasconde bene le emozioni, ma stavolta no: è raggiante. L'Aquila anche grazie a quelli come lui ha vinto la sfida. «Ci dicevano che non ce l'avremmo fatta» confessa e poi si lascia andare «con il presidente della sezione Abruzzi Giovanni Natale abbiamo passato giorni e notti terribili, ma quello che vedo oggi ci ripaga di tutto».
Poco dopo le 18 giunge l'ora X. Sullo sfondo spunta la bandiera di 99 metri portata da uomini e donne del gruppo Jemo 'nnanzi e da volontari della protezione civile. E' l'apertura del sipario, sono L'Aquila e l'Abruzzo che si prendono la scena. Sono tanti i nostri alpini, pare più di dodicimila.
Tutti ordinati e se c'è qualche indisciplinato ci pensa lo speaker a bacchettarlo. Un paio di volte scatta l'allarme per malori di poco conto. Arriva l'ambulanza e come per incanto la marea umana si fa da parte: la salute prima di tutto.
Noi onnesi aspettiamo fino alle 19 e poi via con il nostro striscione. La gente applaude, incita, ci sostiene. E' una bella sensazione. La serata è splendida e c'è quel venticello che ti accarezza e spinge avanti. Si va giù fino alla tribuna. Sguardo a destra per gli onori alle autorità. Ma è quella folla, immersa nella luce del sole calante che ti sorprende. E' quella folla che ti commuove. Ma sì. Stasera si può ancora piangere. Di gioia rigata dal dolore. Da domani si riparte. Tutti in marcia per la nuova L’Aquila. Come i veri alpini. Come i veri aquilani.
. Giustino Parisse
©RIPRODUZIONE RISERVATA

