Quelle 96 ore di sangue che sconvolsero l’Abruzzo

13 Marzo 2018

Le sparatorie di 21 anni fa per liberare dai rapitori l’industriale morto ieri

AVEZZANO . Quel 17 ottobre 1997, nel pomeriggio, c’è un briefing nella sede della polizia stradale di Avezzano: la notte deve scattare la trappola e gli agenti dei Nocs guidati da Samuele Donatoni, spacciandosi per referenti della famiglia di Giuseppe Soffiantini, hanno un appuntamento con l’Anonima sequestri. La località prescelta è a Riofreddo, in un bivio stradale al confine tra Lazio e Abruzzo. La scusa è il pagamento del riscatto dell’imprenditore bresciano rapito il 17 giugno 1997 nella sua villa di Manerbio. Ma i sequestratori si accorgono che di fronte a loro non c’è un mediatore. Sono i Nocs, i reparti speciali della polizia. Ci scappa un conflitto a fuoco e Donatoni rimane ucciso. È l’inizio dei quattro giorni che sconvolgono l’Abruzzo. Nella redazione del Centro ad Avezzano arriva una telefonata verso le 22: «Hanno ammazzato un poliziotto».
I ricordi di un assedio lungo 96 ore riemergono 21 anni dopo, alla notizia della scomparsa di Soffiantini. Aveva 83 anni. E per 237 giorni della sua vita è rimasto nelle mani dei banditi. Fino al febbraio 1998 quando il gip di Brescia, Roberto Spanò, autorizza il pagamento del riscatto con la motivazione che, nonostante la legge sul blocco dei beni, questo è lecito se il fine è la cattura dei sequestratori. Vengono pagati cinque miliardi di lire e il 9 febbraio Soffiantini torna libero in località Impruneta a Firenze. E torna a casa.
Ma prima ci sono da raccontare le quattro notti in Abruzzo, da quel venerdì 17 e fino a lunedì 20 ottobre. Una regione sotto assedio.
Così la rivive l’ispettore Vittorio Scafati, all’epoca in servizio alla Digos del commissariato di Avezzano: «La notte della sparatoria l’autostrada fu bloccata da Torre de’ Passeri a Roma. Il pomeriggio l’unità di crisi si era riunita nella caserma della Stradale e tutti gli agenti vennero piazzati in posti diversi in attesa dello scambio. Con un collega, stavamo su un camion dell’Anas che doveva essere posizionato di traverso per bloccare l’eventuale fuga dei sequestratori. Ricordo la notte fredda e umida che diede vita a giorni di coprifuoco in mezzo Abruzzo, con la ricerca dei banditi».
Le grotte, i casolari abbandonati, le strade meno agevoli che si inerpicano nel Carseolano, verso il Reatino o nella provincia di Roma. La caccia all’uomo è imponente mentre all’obitorio dell’ospedale di Avezzano si piange Donatoni. Un giornalista del Centro trova un bossolo sul luogo della sparatoria e lo consegna agli investigatori, arrivano telefonate da più parti per segnalare la presenza dei sospetti. Perché è certo che l’Anonima sarda si nasconde nei boschi della Marsica. La sera di lunedì 20 ottobre scatta la trappola. Stavolta la soffiata alla Criminalpol è giusta. Sull’autostrada A/24, all’interno della galleria di Pietrasecca, tra i caselli di Carsoli e Tagliacozzo, una macchina anonima ne tampona un’altra. La galleria si illumina di un flash-bang, un razzo abbagliante, c’è una nuova sparatoria e un bandito viene colpito. Si chiama Mario Moro e per gli investigatori è il capo della banda che ha agito nella Marsica. Altri tre complici vengono catturati. Quella notte tre giornalisti del Centro che scattano foto dal viadotto della Tiburtina vengono bloccati dai Nocs.
La tensione resta alta perché Soffiantini è ancora prigioniero. Moro muore all’ospedale di Avezzano pochi giorni più tardi, dopo aver rilasciato una breve intervista al giornalista della Rai, Tonino Monaco, lanciando un appello per la liberazione di Soffiantini. Poi il seguito. Nel 1998, in Australia, c’è la cattura di Giovanni Farina, a capo della banda. Il solo latitante è Attilio Cubeddu, il bandito con la tosse come raccontato da Soffiantini nelle sue memorie. Quella di Cubeddu è una figura avvolta nel mistero. Come misteriosi sono alcuni fatti di questa storia. Donatoni sarebbe stato ucciso dal fuoco amico, da un colpo partito da una pistola Beretta impugnata da un collega. Un colpo partito in risposta alla sventagliata di kalashnikov di Mario Moro.
Soffiantini arriva nella Marsica nel 2001, quando a Carsoli viene inaugurata la sede della polizia stradale intitolata a Donatoni. «Devo pensarci per ricordare i particolari, ma il sequestro è sempre nella mia vita», sottolinea. Ricordo indelebile come la parte di orecchio mancante, tagliata dai carcerieri. Per due giorni resta ad Avezzano e incontra i poliziotti che hanno vissuto le notti di sangue. «È un buono, li ha perdonati», raccontano gli agenti, anni dopo. Un buono che nel 2007 paga di tasca propria un libro di poesie scritte da Farina e inviate dal carcere all’imprenditore.
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