Quelle rose di un’alunna tra i nomi incisi sull’acciaio

Il gesto diventa simbolo: la città non si è mai fermata e nei più giovani trova linfa In questo luogo c’è ormai parte di me, di mia moglie e della mia famiglia
«La città dell’Aquila ha scelto di affidare la memoria del terremoto non a un tradizionale monumento ma a un parco, uno spazio aperto che è il simbolo del vuoto lasciato da chi è morto in quella terribile notte. Ma questo spazio è anche simbolo di pienezza, sarà riempito da tutte le famiglie e dai bambini che giocheranno tra queste aiuole e tra queste fontane, è il vuoto del dolore che viene riempito dall’affetto e dalla memoria, è il simbolo della vita che deve rinascere traendo forza dalla memoria di una tragedia, oggi ci sono finalmente le condizioni per farlo». Dal “compassato” (almeno in apparenza) presidente del Consiglio, Mario Draghi, forse non ci si aspettava una frase che più di mille altre racchiude il senso di una inaugurazione che consegna agli aquilani (e non solo) un luogo “sacro”, di quella sacralità laica che unisce i cuori e spinge le menti a guardare avanti. Il premier l’ha pronunciata alla fine del suo breve discorso, poco prima della benedizione impartita dall’arcivescovo cardinale Giuseppe Petrocchi e della deposizione di due rose, una rossa e una bianca, sui nomi delle 309 vittime del sisma del 6 aprile del 2009.
LE ROSE
Le rose le ha portate una bambina, Ludovica Dionisio, nata nel 2009, che di quella tragedia chiaramente non ricorda nulla. Il suo gesto è diventato però il simbolo concreto di una città che non si è mai fermata e che nei più giovani vuole trovare linfa e speranza nel futuro. La rosa rossa, forse per un caso, o forse no, è stata poggiata su un gruppo di nomi. Fra loro quello di Davide Centofanti – deceduto alla Casa dello studente – amatissimo nipote di Antonietta Centofanti che qualche mese fa ci ha lasciato all’improvviso dopo essersi battuta come una leonessa per arrivare in tempi ragionevoli a concretizzare un progetto che ha avuto un iter lungo e travagliato. Antonietta raccontò a chi scrive che in una infuocata riunione in Comune dovette tacitare a brutto muso chi insisteva per fare, a piazzale Paoli, non un memoriale bensì un parcheggio. E poi le polemiche sull’altezza dell’obelisco e persino su un albero da tagliare. Anche per l’inaugurazione lo scontro dialettico non è mancato su questioni in parte condivisibili nel merito ma forse eccessive nei toni. Confesso che fino a ieri mattina non ero mai stato al Parco della memoria che pure è stato aperto, in maniera simbolica, sin dall’aprile scorso. Perché? Per lo stesso motivo per il quale vado non più di una volta al mese nella cappellina nel cimitero di Paganica dove riposano i miei figli e mio padre. Davanti alle lapidi, la realtà – tragica e dolorosa – ti prende a schiaffi e ti risveglia dall’illusione che la tua famiglia sia ancora unita e felice.
IL PREZZO PIù ALTO
Al termine della cerimonia per farmi coraggio mi sono “finto” cronista e mi sono addentrato nel vialetto sul quale convergono le lastre in acciaio che hanno inciso sopra i nomi dei 309 che hanno pagato il prezzo più alto. Sono arrivato nel punto dov’erano state posate le due rose, ho cominciato a leggere qualche nome e quasi subito ho trovato quelli di due compaesani deceduti a Onna nella notte senza alba. Sono andato un po’ più avanti, sono tornato indietro e di nuovo avanti. Non volevo (o volevo) trovare i nomi di Domenico, di Maria Paola e di papà. Mi sono spuntati davanti, come fulmine a ciel sereno, come se cuore e mente si fossero scontrati sulla ferita ancora sanguinante o si fossero messi d’accordo per schiacciare perfino un sogno impossibile. A quel punto ho realizzato che in quel Parco della Memoria c’è ormai parte di me, di mia moglie, della mia famiglia, della mia storia e della storia di tanti altri compagni di sventura. Certo è arrivato tardi, è stato segnato da divergenze, rischia di essere un luogo divisivo, palestra di scontri di fazioni e occasione per banali battaglie politiche. Ma oggi c’è. Non conta se l’inaugurazione sia stata o meno una passerella, se ieri mattina c’erano più agenti delle forze dell’ordine e rappresentanti istituzionali che cittadini “normali”, che è durato tutto circa mezzora, che di parenti delle vittime se ne sono visti pochi. Queste sono cose buone per alimentare la polemica fra noi ancora vivi. Chi non c’è più merita silenzio e preghiera (per chi crede).
LUOGO DA DIFENDERE
Se il Parco verrà considerato il luogo della memoria e della vita che continua, se sarà rispettato dai cittadini come fosse casa loro, se il Comune non farà mancare una manutenzione costante e “amorevole” allora quello che è stato fatto avrà un senso. Se invece fra un mese sarà un immondezzaio o un ring di periferia per bulli d’occasione allora è meglio togliere tutto e fare il “famoso” parcheggio. E a quel punto a perdere non sarà il sindaco Pierluigi Biondi o qualche altro rappresentante istituzionale. Sarà una sconfitta per tutta la città.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

