«Questa terra, la mia terra, ha un futuro»

25 Luglio 2023

L’ultimo discorso ai seimila dipendenti ex Sevel del 2013. Indicò la strada per superare la crisi

ATESSA. È il 9 luglio 2013. Sergio Marchionne con la polo scura d'ordinanza parla ai seimila dipendenti dell'allora Sevel (oggi Stellantis Europe Atessa) per dire loro che Fiat investirà 700 milioni di euro per il restyling del Ducato. Sono gli anni delle battaglie durissime con la Fiom di Maurizio Landini dopo lo strappo di Fiat sul contratto separato e il settore automotive subisce ancora l'onda lunga della crisi del 2008. Ma Marchionne vuole parlare al cuore della "sua" gente. «Vorrei rileggervi le parole che Einstein usò per riflettere su un’altra grave crisi, quella del ’29», dice in uno stralcio del suo lungo discorso, «restano una grande lezione per tutti: “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita. Senza crisi non ci sono sfide. Senza crisi non c’è merito”. Questo è un invito da tenere a mente e di cui fare tesoro. Non sottovalutate l’importanza del contributo che potete dare. Tutti quanti, ogni giorno, dobbiamo chiederci cosa stiamo facendo per l’Italia, consapevoli che le nostre azioni e le nostre scelte hanno una portata molto più ampia della sfera personale o familiare. Questo vale in ogni strato della società, e vale anche dentro la fabbrica. Per questo chiedo anche a voi, in Sevel, di valutare che i vostri comportamenti siano sempre coerenti con gli obiettivi che ci siamo dati. Mi risulta che si registrino ancora, in alcuni momenti, livelli di assenteismo e comportamenti anomali, che non sono in linea con le aspettative condivise. Si tratta di comportamenti che tradiscono quei valori di responsabilità e fiducia che sono il collante di ogni comunità e minano la coesione sociale di una fabbrica e del suo territorio. Per questo mi auguro che i lavoratori e le organizzazioni sindacali comprendano fino in fondo il significato dell’impegno che abbiamo preso e adottino comportamenti coerenti, per non vanificare gli sforzi che stiamo facendo. Altri stabilimenti, come ad esempio Pomigliano, sono diventati oggi realtà virtuose e registriamo con soddisfazione risposte molto positive da parte dei nostri lavoratori. Non c’è nessuna ragione per cui non possa succedere anche qui, in Sevel. Approfitto dell’occasione anche per richiamare l’attenzione delle Istituzioni locali sulla necessità che un’attività industriale come la nostra possa avvalersi di infrastrutture adeguate. Mi unisco pertanto a quella che mi risulta essere l’opinione comune per auspicare un veloce superamento dei vincoli che purtroppo ancora persistono». A oggi purtroppo, dieci anni dopo il discorso di Marchionne e cinque dopo la sua morte, l'assenteismo è ancora alto all’ex Sevel e le infrastrutture ancora carenti. Eppure, diceva il manager teatino, «questa fabbrica e questa terra possono offrire una direzione per il futuro. La Sevel – creata da un prato verde, in una zona che, pur ricca di bellezze naturali, veniva chiamata “la valle dei morti”, perché molti giovani erano costretti ad emigrare in cerca di lavoro – è riuscita a macinare un record dopo l’altro. È diventato il più grande stabilimento di veicoli commerciali in Europa, tra i più moderni ed efficienti al mondo, ed è riuscito a raggiungere un picco produttivo di oltre 250.000 unità l’anno nel 2008. Ci sono stati momenti difficili, specialmente nel 2009, quando il mercato dei veicoli commerciali è crollato. Ma oggi siamo qui per scrivere un nuovo capitolo nella storia della Sevel. Anche questa terra – che è la mia terra – è una dimostrazione che c’è speranza, per quello che ha sempre dimostrato di saper fare, anche e soprattutto nei momenti più duri. La tenacia degli abruzzesi – quella caparbia fiducia nel futuro che mio padre mi ha lasciato in eredità – è qualcosa di radicato nella gente di qua». (d.d.l.)