Rabbia e dolore in piazza Salotto «Qui per Monia, uccisa due volte»

Le lacrime di papà Aldo, poliziotto in pensione: «L’ha scannata e neanche 30 anni gli hanno dato» Con i genitori della psicologa assassinata dall’inquilino, anche la madre di Jennifer Sterlecchini
PESCARA. «L’ha scannata...l’ha scannata». Papà Aldo non si dà pace, il dolore gli divora l’anima. A «83 anni a dicembre» quello strazio è troppo grande da sopportare e si lascia andare alle lacrime. Gli occhi gli si riempiono continuamente e lui le asciuga con un fazzoletto di cotone bianco, come usavano, un tempo, i gentiluomini.
Si è messo elegante con giacca e cravatta ed è sceso in piazza insieme alla moglie Doretta Foschi, arrivati da Corropoli, per rendere omaggio alla figlia Monia Di Domenico, 45 anni, massacrata a sassate e sgozzata con un pezzo di vetro dall’inquilino moroso Giovanni Iacone l’11 gennaio del 2017. L’imputato, condannato in primo grado a 30 anni, giovedì scorso si è visto quasi dimezzare la pena, a 17 anni, dalla Corte d’assise d’Appello dell’Aquila. La sentenza emesso, anzi «sussurrata», dai togati aquilani, ha scatenato la rabbia e l’indignazione dei familiari di Monia e degli amici che, rimasti in fiducioso silenzio per tutti questi mesi, hanno deciso di portare alla ribalta la storia di Monia, «uccisa due volte».
E così ieri pomeriggio, grazie al tam tam sui social, in piazza della Rinascita oltre 200 cittadini si sono ritrovati per far sentire la propria vicinanza alla famiglia Di Domenico. Abbracci, tanti abbracci per mamma Doretta e papà Aldo. Presente anche Fabiola Bacci, madre di Jennifer Sterlecchini, la 26enne assassinata dall’ex fidanzato Davide Troilo (lui condannato a 30 anni) il 2 dicembre 2016, che oggi sta organizzando una «onlus con l’obiettivo di creare una casa famiglia per donne maltrattate». E anche Isabella Martello, sorella di Anna Carlini ritrovata senza vita sotto il tunnel della stazione il 30 agosto 2017, che si è tatuata «Anna per sempre» sul petto. E in piazza Salotto c’era anche Anna Di Paolantonio, sorella di Remuccia, teramana, uccisa a fucilate dal marito davanti al figlio di 9 anni, nel 1992.
Mamme e sorelle «senza più parole» che chiedono giustizia «ad una giustizia che riduce le pene agli assassini e che manda un messaggio inquietante: uccidete pure, tanto nessuno vi punisce», come dicono Bacci e Martello con i toni calmi di chi sta meditando «una rivoluzione». Questo chiedono le donne coraggio che hanno perso figlie e sorelle e che si sono prodigate per raccogliere firme contro gli sconti di pena a chi uccide: «L’Italia si deve mobilitare, questa sentenza ci spaventa, perché ciascun cittadino può esserne colpito senza potersi difendere».
Le madri sono un fiume in piena: «Siamo arrabbiate, indignate, abbiamo ricevuto l’ennesima pugnalata. Non crediamo più nella giustizia, ora. Ci faremo giustizia da soli, questo è il nostro pensiero. Venissero i giudici a piangere sulle tombe insieme a noi».
Papà Aldo, poliziotto in pensione dal 1986, non perdona l’uomo che ha massacrato sua figlia. E si sfoga con i giudici: «Se non poteva essere ergastolo, almeno 30 anni, neppure questa soddisfazione ci rimane. Ma i giudici non hanno un cuore? Io ci credevo nella giustizia, oggi ringrazio tanto quei carabinieri che sono intervenuti tempestivamente altrimenti non avrei ritrovato neppure il corpo di Monia, chissà dove lo avrebbe fatto sparire. Mia figlia amava la vita, portava sempre da mangiare ai pazienti di Villa Serena dove lavorava, stava organizzando un viaggio a Parigi, invece a Capodanno ci siamo salutati e qualche giorno dopo l’ho ritrovata dentro una bara, col volto che non c’era più, la madre l’ha riconosciuta dalle gambe. Sono distrutto, non è giustizia questa, aiutateci a gridare il nostro dolore».
Mamma Doretta, insegnante alla Scarfoglio fino al 2007, va dritto al punto: «I giudici non hanno riconosciuto la crudeltà: ma che doveva fare ancora a mia figlia? Non la riconoscevo neppure io tanto era messa male, non accetto questa sentenza, peraltro pronunciata da una donna».
Tanti palloncini e fiocchi verdi in piazza a significare «la speranza che la giustizia diventi giusta». E un cerchio di uomini e donne, troppo pochi per qualcuno, immersi in un dolore silente che è più pericoloso di un urlo a squarciagola.
In mano tanti striscioni sorretti da uomini e donne, più donne, che riassumono il dramma. È Monia, in quelle scritte, a parlare: «16 sassate= 17 anni»; «Mi ha avvolta in un lenzuolo scappando= 17 anni»; «Il mio cuore ha smesso di battere dopo 33 minuti=17 anni»; «Mi chiamo Monia e sono morta per la seconda volta»; «Primo grado: 30 anni, appello, 17 anni. E dopo? libertà».
Tra la folla, i sentimenti sono di calore e vicinanza alle famiglie colpite dai lutti. «L’unica sedazione possibile per i genitori è una giusta pena perché i veri condannati a morte sono loro», osserva Loretta Giansante, accorsa «per testimoniare il mio affetto ai genitori di Monia».
«L’assassino» analizza Dino Gagliardi, «è un uomo che non ha nessuna autostima e ha sfogato su Monia tutte le sue frustrazioni».

