Rabbia e lacrime sette anni dopo E l’Abruzzo abbraccia Amatrice

Governo, autorità locali e familiari delle vittime insieme nel luogo simbolo dell’incubo del sisma
L’AQUILA. L’incubo senza fine del terremoto del Centro Italia iniziò la notte del 24 agosto del 2016 nel Lazio, ad Accumoli, epicentro della prima forte scossa di magnitudo 6 che spazzò via interi paesi incastonati sugli Appennini e la città di Amatrice. Le montagne pullulavano di turisti, fu strage: 299 le vittime. Poi l’incubo si ripresentò il 26 ottobre nelle Marche, con le scosse da 5.4 e 5.5 di magnitudo tra Castelsantangelo sul Nera e Ussita, e il 30 ottobre in Umbria, con quella da 6.5 di Norcia. E prima di placarsi, il terremoto completò la sua opera distruttrice investendo anche l’Abruzzo, con la scossa del 18 gennaio con epicentro Capitignano, proprio mentre imperversava una nevicata storica. Lo stesso giorno della tragedia della valanga di Rigopiano.
Sette anni dopo l’inizio di quell’incubo, il Centro Italia si deve ancora rialzare. E ieri si è ritrovato nel luogo simbolo, Amatrice appunto, a ricordare e a piangere ancora una volta i morti del terremoto e la diaspora di intere comunità. Ma si è ritrovato anche a parlare di nuovo della ricostruzione e dello spopolamento delle montagne che avanza inesorabile. Un grande abbraccio collettivo, a cui ha preso parte anche l’Abruzzo. Con i suoi cittadini, con i suoi sindaci, ma anche con il vicepresidente della giunta regionale Emanuele Imprudente, con il direttore della Protezione civile abruzzese Mauro Casinghini. E con l’ex commissario per la ricostruzione Giovanni Legnini.
IL DOLORE E IL RICORDO
«Una vera e propria catastrofe che rimarrà per sempre nella nostra memoria collettiva»: così la premier Giorgia Meloni di prima mattina, ricordando quanto accadde alle 3.36 della notte del 24 agosto 2016. «In questo anniversario rinnoviamo il nostro cordoglio per le vittime e la vicinanza alle loro famiglie e ai loro cari».
E i familiari delle vittime si sono presentati all'appuntamento con la ricorrenza indossando una maglietta arancione che riportava la richiesta di un fondo a loro favore. C’erano poi i sindaci – anche quelli abruzzesi – e i rappresentanti del governo e delle istituzioni. Le lacrime, i discorsi e le corone di alloro apposte al monumento in memoria delle 239 vittime di Amatrice. «La paura del terremoto non ci passerà più», dice una donna di Amatrice, rompendo il silenzio del momento.
Il ricordo è anche di chi era in prima linea sul fronte quella notte, ma da scienziato. «Il 24 agosto 2016 iniziò la tragica sequenza sismica di Amatrice-Visso-Norcia: una ferita che deve ancora rimarginarsi, che ci ha insegnato moltissimo e che stimola quotidianamente l’Ingv a implementare le reti di monitoraggio e sorveglianza sismica in tutta Italia», ha detto Carlo Doglioni, che guida l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, continuando: «I terremoti torneranno, non c’è possibilità alcuna di fermarli, ma dobbiamo conoscerli meglio per poterci difendere tramite una prevenzione adeguata che ci permetta un giorno di poterci convivere senza temere perdite di vite e di beni. Vale la pena investire nella comprensione dei terremoti per difendere la vita, le nostre abitazioni, la libertà di non essere sfollati per molti anni e perdere le proprie radici culturali e disperdere il tessuto economico. Studiare la Terra è un investimento per il futuro, per difenderci dai rischi naturali e utilizzare le risorse del pianeta nel rispetto dell’ambiente».
LA RABBIA E LA SPERANZA
Prima della cerimonia, all’alba, su un viadotto della via Salaria che porta ad Amatrice è comparso uno striscione di protesta, con su scritto «Meno armi, più ricostruzione». Non solo addolorati per la ferita ancora aperta, i cittadini del Centro Italia sono infatti anche stanchi e arrabbiati per una ricostruzione che è ben lontana da essere completata.
A loro il commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma Guido Castelli ha promesso l’avvio a ottobre del super cantiere per far rinascere il centro storico di Amatrice.
Mentre il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, parlando di «molti lacci e lacciuoli e procedure burocratiche che mal si conciliano con le esigenze di una ricostruzione celere, efficace ed efficiente», ha poi assicurato il massimo sforzo del governo «per dare una ulteriore accelerazione alle opere», annunciando che «nei prossimi giorni delibereremo in Consiglio dei ministri un disegno di legge destinato esclusivamente a gestire le ricostruzioni dopo ogni calamità e non soltanto quelle sismiche, ma anche in caso di alluvioni frane e incendi boschivi». Ancora Musumeci: «Tenere vivo il ricordo, non solo per rendere omaggio alle centinaia di persone che sono rimaste vittima della tragedia, ma abbiamo anche il dovere di apprendere la lezione di quello che è accaduto sette anni fa, altrimenti il sacrificio delle vittime rischia di apparire assolutamente vano».
LA RICOSTRUZIONE IN ABRUZZO
Secondo la struttura commissariale guidata da Castelli, in tutta l’area del cratere tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria sono 9.483 i cantieri della ricostruzione conclusi sui 17.478 autorizzati e sulle 28.855 richieste presentate. In termini economici, sono stati già concessi oltre sei miliardi e mezzo di euro degli 11 richiesti per sistemare gli edifici danneggiati dalle scosse di sette anni fa.
Ma mancano all’appello ancora migliaia di edifici: le stime parlano del possibile raggiungimento di quota 50mila richieste di contributo totale nei prossimi anni, man mano che le pratiche si sbloccheranno. Sono invece 30mila i cittadini ancora fuori dalla propria casa.
In Abruzzo l’ultimo dato parla di 1.294 cantieri conclusi sui 2.262 avviati. Le richieste di contributo presentate sono state 4.992 per 1,018 miliardi di euro. Contributo già concesso a 2.262 richieste, per un totale di 443,5 milioni di euro, di cui 211,8 già liquidati. Toccati e devastati dalle onde distruttive del terremoto del Centro Italia sono stati 23 comuni abruzzesi: sedici nel Teramano (vedi articolo a fianco), sei nell’Aquilano, (Barete, Cagnano Amiterno, Campotosto, Capitignano, Montereale e Pizzoli) e uno nel Pescarese (Farindola). Anche qui si combatte la battaglia di ogni giorno contro lo spopolamento della montagna per la rinascita dei paesi.
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