Racket del sesso in città s’arrende il capo della banda

Operazione contro il giro di prostituzione alla pineta da 100mila euro al mese Arrestato il 31enne romeno considerato uno degli artefici insieme ai due fratelli
PESCARA. Nel professare la sua innocenza si è costituito in questura ed è stato arrestato dagli agenti della squadra mobile uno dei romeni ritenuti a capo della banda che sfruttava una quindicina di prostitute, facendole lavorare in strada nella zona sud di Pescara, dove era stato creato un fiorente mercato del sesso, da centomila euro al mese.
Due giorni fa, quando è scattata l’operazione della mobile per l’esecuzione di 13 misure cautelari, Ionel Cristea, 31 anni, non è stato rintracciato dagli agenti insieme ad altri due tuttora latitanti ma nelle ore successive al blitz ha ritenuto opportuno consegnarsi, pur assicurando che riuscirà a dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati. E invece per gli investigatori, diretti da Pierfrancesco Muriana, questo romeno, detto Pepita, era uno dei capi dell’organizzazione, insieme ai suoi due fratelli, Vasilica Mihai, detto Cesare, 33 anni, e Florin Ciuraru, di 27, detto Mutu, che lunedì si sono visti notificare in carcere la nuova misura cautelare che li riguarda. In realtà, anche Cristea era finito dentro a dicembre (su mandato di arresto europeo) per una precedente indagine sul racket della prostituzione ma era stato scarcerato nel giro di poco per un vizio procedurale. La mobile, che ha portato avanti le indagini per oltre un anno tra pedinamenti,servizi di controllo e intercettazioni, ha ricostruito i ruoli di ciascun componente dell’organizzazione, dai tre capi alle loro compagne, pure loro prostitute divenute nel tempo veri e propri caporali, fino agli accompagnatori delle ragazze, due italiani. La durezza della banda, che faceva arrivare le giovani a Pescara dalla Romania proprio grazie a Cristea, non è solo nei metodi usati con le squillo, che dovevano “produrre” soldi a volontà e, a questo scopo, venivano istruite nei minimi dettagli dalle donne-caporale con ordini sull’abbigliamento da indossare, sui comportamenti dai tenere e perfino sulla posizione da occupare sul marciapiedi.
Il clima era sempre di minacce e terrore, tanto che le ragazze sfruttate hanno accettato di tutto, compreso l’aborto clandestino. Due di loro hanno ingerito a volontà un gastro-protettore, il Cytotec, soffrendo in una stanza di albergo per arrivare a perdere il bambino che avevano in grembo e una di loro è finita in ospedale, mentre all’altra è stato impedito. Vicende e rapporti inenarrabili che hanno spinto alcune romene a fuggire, pur di liberarsi dell’incubo. Mentre l’indagine da parte della polizia continua, oggi in Tribunale (dalle 10) si terranno gli interrogatori e i romeni – 5 dei quali sono assistiti dall’avvocato Tullio Zampacorta – potrebbero avvalersi della facoltà di non rispondere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

