Ragazze costrette a prostituirsi fino a 18 ore al giorno: tre arresti

Le giovani cinesi sfruttate non potevano uscire di casa senza permesso neanche per fare la spesa Il giro dei clienti gestito con telefono e siti hot: alle vittime andava meno della metà del compenso
PESCARA. Avevano trasformato giovani connazionali in vere e proprie schiave del sesso: tre cinesi sono stati arrestati perché costringevano ragazze a prostituirsi fino a 18 ore al giorno. Non solo: ne controllavano spese e movimenti, le comandavano a distanza, vietavano loro di uscire di casa senza permesso, anche solo per comprare cibo o medicine. Gli arrestati, tra i 49 e i 60 anni, sono finiti in manette con le accuse, a vario titolo, di favoreggiamento e sfruttamento aggravato della prostituzione nell’ambito dell’operazione denominata “JieJie” condotta dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Pescara.
Nel carcere di Chieti è finita K.D. (nata nel 1970), domiciliata a Chieti Scalo come K.Y. (1967), rinchiuso invece a Pescara, mentre M.D. (1959) è recluso a Modena, città dove risiede. L’ordinanza della misura cautelare è stata emessa dal gip Antonella di Carlo su richiesta del sostituto procuratore Marina Tommolini.
Nel corso degli ultimi cinque mesi di indagini i carabinieri hanno documentato nel dettaglio il giro d’affari che si svolgeva tra Pescara, San Benedetto del Tronto, San Salvo e Sulmona. K.D. e K.Y. reperivano gli appartamenti poi occupati dalle giovani costrette a prostituirsi. Su siti internet “specializzati” venivano invece pubblicizzati gli incontri e indicati i numeri di telefono da chiamare. Le telefonate arrivavano a una sorta di call center gestito da K.D. e K.Y., che con un’altra linea contattavano la ragazza sul posto per avvertirla. Le giovani ricevevano l’indicazione del prezzo da chiedere, sul quale veniva trattenuto il 50%. Della quota che in teoria spettava alla ragazza venivano però decurtate le spese per alimenti, farmaci e altri generi di prima necessità.
M.D., arrestato a Modena con l’accusa di favoreggiamento aggravato della prostituzione, dal 2015 al 2019 ha preso in affitto ben ventuno immobili in località del Centro e Nord Italia. È risultato anche amministratore di due società e titolare di un’impresa individuale che si occupa di massaggi. Gli investigatori inoltre hanno riscontrato che M.D. dal 2011 è stato saltuariamente assunto in varie società gestite da cinesi, dalle quali riceveva compensi non in linea con gli affitti pagati per i 21 appartamenti.
Tra gli indizi a carico dei tre cinesi ci sono pure dichiarazioni di clienti occasionali, che mediante le inserzioni sui siti di incontri contattavano i numeri ai quali rispondevano i gestori del giro.
Al termine della prestazione, le donne dovevano chiamare i gestori per confermare di aver portato a termine il “lavoro”, dovevano dichiarare la somma che avevano ricevuto, e quindi dare disponibilità ad accettare un nuovo cliente.
Le ragazze spesso erano costrette a prostituirsi a ritmi forsennati, oltre a non avere alcun tipo di autonomia, né per andare a dormire né per uscire di casa. Non avevano neanche la possibilità di allontanarsi liberamente dagli appartamenti che occupavano: non potevano uscire di propria iniziativa per andare a fare una ricarica telefonica o per fare la spesa, o addirittura nei casi in cui avevano bisogno di allontanarsi per problemi di salute. La giornata di “lavoro” delle ragazze sfruttate poteva iniziare già alle 7, e andare avanti fino all’una o alle due di notte.
Il denaro incassato infine veniva in parte inviato in Cina in occasione di viaggi di parenti o conoscenti, ai quali erano affidati anche Rolex o gioielli comprati con i proventi dell’attività illecita. Un’altra parte del denaro era invece affidata a incaricati che in Cina lo cambiavano nella valuta locale.(a.r.)
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