Rapina al Centro agroalimentare Confessa e ottiene i domiciliari

Scarcerato Renato Mancini, ritenuto uno dei 4 responsabili dell’assalto alla struttura di Cepagatti Il 48enne pescarese è indagato anche per l’omicidio sulla strada parco. Decisive le analisi del Ris
PESCARA. Esce dal carcere e finisce agli arresti domiciliari, il 48enne pescarese Renato Mancini, uno dei quattro presunti responsabili della rapina al Centro agroalimentare di Cepagatti, messa a segno l’11 luglio scorso e per la quale era finito in carcere anche il 43enne Fabio Iervese, mentre gli altri due sospettati, Cosimo (Mimmo) Nobile e Costantino Petragallo (che secondo la procura sarebbero stati gli autori materiali della rapina mentre gli altri due avrebbero agito da supporto logistico), erano rimasti a piede libero.
La decisione sarebbe stata presa dal pm Luca Sciarretta, titolare dell'inchiesta, dopo la confessione resa dallo stesso Mancini davanti al pm nel corso di un interrogatorio. Un passaggio dell’inchiesta molto importante in quanto, in base alla confessione di Mancini, potrebbero essere riviste le posizioni degli altri due sospettati. Un’indagine, questa, che si intreccia con quella che sta portando avanti il pm Andrea Di Giovanni sull’omicidio dell’architetto Walter Albi e il gravissimo ferimento dell’ex calciatore Luca Cavallotti. Per questo delitto, compiuto il primo agosto scorso, risultano indagati tre dei quattro presunti rapinatori dell’agroalimentare: Mancini, Iervese e Nobile.
Cosa possa aver confessato Mancini al pm Sciarretta è top secret: potrebbe aver confessato il suo ruolo svolto nella rapina facendo altri nomi o limitandosi al suo coinvolgimento, ma potrebbe aver parlato anche dell’altra vicenda, molto più grave, relativa all’omicidio di Albi. Sta di fatto che in relazione al delitto, sono in corso una serie di accertamenti scientifici da parte dei carabinieri del Ris di Roma che, dopo aver acquisito il Dna di Mancini, Nobile e Iervese, lo dovranno comparare con i reperti che la squadra mobile di Pescara ha rinvenuto nella vegetazione nei pressi della strada che porta a via San Donato, dove il primo agosto scorso venne ritrovato lo scooter utilizzato dal killer per la sparatoria in cui rimase ucciso Albi e ferito Cavallito. Gli investigatori, infatti, un mese dopo il delitto, avevano rinvenuto il castello di una pistola calibro 9,21 (lo stesso calibro usato per uccidere Albi e ferire Cavallito), il caricatore con 5 colpi, un paio di scarpe e un casco sui quali si troverebbero delle tracce genetiche che dovranno essere comparate con quelle dei tre sospettati del delitto (su questo accertamento c'è stato il passaggio tecnico dell'incidente probatorio).
Quella pistola, peraltro, sarebbe la stessa che i rapinatori dell'agroalimentare portarono via alla guardia giurata rapinata di 30mila euro, incasso di una delle attività del Centro di Cepagatti. L’esame del Dna, qualora gli inquirenti non avessero altri elementi sull'inchiesta relativa al delitto, se dovesse risultare compatibile con uno dei tre rapinatori, potrebbe dimostrare solo la sua partecipazione alla rapina. Per mettere in relazione la pistola con l'omicidio, bisognerebbe avere riscontri da un esame balistico che, allo stato, non sembra sia stato possibile eseguire proprio per la mancanza della canna della pistola.
Le indagini sui due fatti di cronaca sembrano giunte a un punto delicato e potrebbero dar luogo a importanti sviluppi finalizzati a chiudere il cerchio.

