Rapine e furti, una donna incastra la banda

Assalti ai portavalori, 5 arresti. La fidanzata di un rapinatore: ecco come colpivano, anche una guardia giurata stipendiata
PESCARA. La donna che tradisce il fidanzato rapinatore e racconta ai carabinieri i colpi, le indagini che si intrecciano con quelle dell’omicidio di Italo Ceci, una guardia giurata a libro paga dei banditi, due rapine sventate e altre due consumate per cui la banda è stata incastrata e arrestata. La chiama una «piccola rapina» uno degli arrestati, quella da 52mila euro fatta al portavalori in servizio al centro commerciale Mall di Villanova di Cepagatti il 17 giugno 2013, tassello di un’inchiesta più vasta del pm Valentina D’Agostino in cui l’organizzazione che «non aveva remore a usare armi» è stata sgominata da polizia e carabinieri.
In carcere, tutti con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a rapine e furti con macchine e targhe rubate, maschere e armi, sono finiti Roberto De Lido, 47 anni, residente a Pesaro, Mario Di Emidio, 48 anni, residente a Spoltore, Nicola Nocella, 57 anni, residente a Pescara, Massimiliano Palliotti, 34 anni, residente ad Alanno mentre il genovese Giovanni Misso, 60 anni, domiciliato a Cecina (Livorno), uno dei leader con un omicidio di un carabiniere alle spalle e 20 anni scontati, non è stato trovato. Ma nelle 35 pagine dell’ordinanza del gip Nicola Colantonio è il nome di Massimo Ballone ad aleggiare, l’ex della banda Battestini rinchiuso in carcere, estraneo a quest’inchiesta ma il cui nome ricorre per i «numerosi contatti» con i protagonisti. «Personaggi pericolosi», li ha definiti il colonnello Paolo Piccinelli, comandante provinciale dei carabinieri di Pescara che ha illustrato l’operazione insieme alla Mobile guidata da Pierfrancesco Muriana e alla presenza del vicario del questore Francesco De Cicco.
Il rapinatore tradito dalla fidanzata. L’indagine che ha visto uno spiegamento di forze, dai carabinieri della compagnia di Pescara guidata da Claudio Scarponi agli uomini della Mobile, della sezione omicidi diretta da Guido Camerano a quella antirapine di Mauro Sablone, si è concentrata sui mesi di maggio e agosto 2013, periodo in cui i 5 hanno assaltato il portavalori a Villanova portando via 52 mila euro e un distributore Shell a Villa Raspa da cui hanno rubato 4.400 euro. Ma queste due rapine sono state la base da cui partire per evitare che la banda, che agiva sempre con armi, commettesse altre rapine: una a un portavalori sull’autostrada Roma-Pescara e un’altra in provincia di Livorno dove la banda è stata pedinata da polizia e carabinieri per 500 chilometri.
«La guardia giurata a libro paga». A dare un impulso alle indagini è stata la compagna di De Lido che spontaneamente si è recata dai militari preoccupata, come sottolinea il gip, «dalla condotta di vita delinquenziale» del proprio compagno. «De Lido mi ha riferito che sarebbe andato a Pescara per compiere una rapina a due portavalori sull’autostrada Pescara-Roma e nei pressi del primo ponte», ha proseguito la donna, «era stato già tagliato il guardrail per permettere l’accesso a un veicolo rubato che sarebbe servito a bloccare la circolazione». La donna racconta anche che «l’autista del primo portavalori sarebbe stato assoldato da un anno e mezzo dai componenti della banda che provvedono a retribuirlo mensilmente per la sua collaborazione». Il genovese Misso si fa chiamare “Golia” eppure suggerisce a Di Emidio di non registrarlo con quel nome «perché ormai è sputtanato» ed è lui – genovese che uccise un carabiniere nel ’77 – a essere ritenuto uno dei vertici dell’organizzazione insieme a Di Emidio, il giardiniere di Spoltore indagato per l’omicidio Ceci. Così li descrive il gip: «Misso e Di Emidio sono gli organizzatori e i promotori perché individuavano gli obiettivi da colpire, coordinavano l’attività degli altri, fornivano indicazioni su tempi e luoghi e trovavano i mezzi». Per il gip, De Lido, Palliotti e Nocella erano «gli esecutori delle direttive».
Armi, schede telefoniche, maschere e auto rubate. L’ordinanza zeppa di intercettazioni racconta lo spaccato criminale, dalle auto bruciate da usare per fare un colpo alle schede telefoniche «pulite» fino alla costituzione di «un fondo da destinare all’acquisto di armi, passamontagna e giubbotti». Ma polizia e carabinieri sono stati addosso alla banda tanto da fargli saltare i piani. Come nel caso in cui Palliotti, che si faceva chiamare “Mirko”, spiega a De Lido perché la rapina nel Pescarese è saltata: «C’è stata un soffiata...» mentre il 16 agosto 2013, polizia e carabinieri piombano in casa di Misso a Cecina dove trovano anche Di Emidio. In un borsone, gli investigatori trovano tute bianche, passamontagna, parrucche, guanti e una maschera di lattice raffigurante un uomo anziano. E’ l’armamentario che sarebbe stato usato per la rapina al portavalori a Livorno e, dopo la perquisizione, i due commentano: «Non avevo mai visto tutte quelle forze dell’ordine insieme». Sorpresi anche che li avessero seguiti «a 500 chilometri di distanza».
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