Regione, spunta un nuovo ricorso Le elezioni finiscono in Cassazione

9 Febbraio 2020

A un anno dal voto torna la fibrillazione nel centrodestra: un’elettrice rimette in discussione tutto Nel mirino finiscono i voti all’Udc e a Marianna Scoccia, ma c’è il rischio di un effetto a catena

L’AQUILA. «Il Consiglio di Stato e ancora prima il Tar Abruzzo hanno di fatto cancellato la norma che prevede la raccolta delle firme per presentare le liste elettorali. Come se le firme non servissero più a nulla». È questo il passaggio chiave del ricorso in Cassazione che riaccende i fari sulle elezioni regionali e rimette in fibrillazione il centrodestra. A ricorrere alla Suprema Corte è una semplice elettrice di Avezzano assistita dall'avvocato Walter Feliciani. Con il suo ricorso chiede di «cassare con rinvio» la sentenza del Consiglio di Stato che a novembre ha messo in salvo la maggioranza. Due giorni fa e a sorpresa, la Regione Abruzzo insieme a un assessore e una serie di consiglieri, tra cui Marianna Scoccia, hanno ricevuto la notifica del ricorso che riapre la partita politica sul voto. Spieghiamoci meglio.
LE TAPPE. All'indomani delle lezioni di un anno fa, l’Ufficio centrale regionale ha proclamato gli eletti. Ma i voti conseguiti dall’Udc, secondo la ricorrente, non dovevano essere considerati perché la lista non poteva essere ammessa alla consultazione elettorale non avendo raccolto le firme per partecipare. La norma infatti prevede di raccogliere 1.500 firme di cittadini per ogni Provincia a sostegno di una lista, quindi 6.000 nell’intera regione. Oppure si può produrre una dichiarazione di esonero dalla raccolta ma solo se la lista ha avuto, al momento dell'indizione delle elezioni, una rappresentanza nel Consiglio regionale o fa parte di un gruppo parlamentare. Per i ricorrenti però l’Udc ha ottenuto l’esonero delle firme presentando la dichiarazione di un singolo parlamentare riconducibile a un’altra lista. Andiamo avanti. L’Ufficio centrale elettorale ha poi disposto che 17 seggi dovevano andare alle liste collegate a Marco Marsilio, presidente eletto. Nel dettaglio: 10 alla Lega, 3 a Forza Italia, 2 a Fratelli d'Italia ed 1 rispettivamente ad Azione politica e all’Udc.
IL PRIMO RICORSO. Contro questa decisione era partito il ricorso al Tar proposto dalla stessa cittadina con altri due elettori.
I motivi, all'origine, erano due. Il primo riguardava «la illegittima ammissione alle competizione elettorale della lista Udc», e il secondo «l’errata applicazione, da parte dell'Ufficio centrale regionale, della norma che ripartisce i seggi suddivisi in modo da generare la nomina di alcuni consiglieri al posto di altri».
NULLA DI FATTO. Sia il Tar Abruzzo sia il Consiglio di Stato hanno rigettato il ricorso. L’elettrice però non si è arresa e si è rivolta alla Cassazione rinunciando al secondo dei due motivi, quello relativo alla ripartizione dei resti, e incentrando il ricorso sulla consigliera Scoccia la cui esclusione però determinerebbe un effetto a catena tale da far rientrare in gioco l'ex consigliere di Forza Italia, Emilio Iampieri, non rieletto, oppure escludere altri consiglieri candidati in province diverse dall’aquilana. Parliamo del centrodestra la cui mappa politica regionale torna ad essere a rischio.
SENZA FIRME. Si diceva della possibilità di presentare una lista senza le firme. Anche nei gradi precedenti di giudizio questo motivo era al centro del ricorso ma era stato bocciato sia dal Tar L'Aquila che dal Consiglio di Stato.
Allora dov’è la novità? A detta dell’elettrice che si è rivolta alla Cassazione, il Consiglio di Stato avrebbe di fatto creato una nuova norma: «Un principio che fa venir meno il sacrificio di tutti i soggetti che per la presentazione delle liste si sono adoperati per mesi facendo il porta a porta». Spieghiamo perché.
VOTI NULLI. In questo caso, il parlamentare che ha permesso all’Udc di evitare la raccolta delle firme fa parte di Noi con l'Italia, una delle sigle del gruppo di partiti che appoggiavano la lista di Scoccia. Ma questo, per la ricorrente, non può bastare perché il deputato in questione «non è espressione di un gruppo ma di una mera componente del gruppo misto alla Camera». Così i voti attribuiti all’Udc potrebbero essere nulli con tutti gli effetti collaterali. Ma gli avvocati delle controparti sono già al lavoro.