Renzi dopo la sconfitta «Non è solo protesta»

21 Giugno 2016

Il premier ammette il successo dei pentastellati e annuncia un chiarimento Grillo forte del risultato annuncia: «Noi siamo pronti per governare il Paese»

ROMA. «Una vittoria molto netta, indiscutibile dei 5 stelle». Matteo Renzi, ostenta tranquillità ma ammette la sconfitta a opera dei pentastellati che non solo hanno conquistato Roma e Torino ma hanno vinto 19 dei 20 ballottaggi dove sono arrivati. E, proprio come Beppe Grillo, spiega che «non è stato un voto di protesta ma di cambiamento» e che, anche se si è trattato di un voto territoriale ha valenza nazionale. L’analisi del premier coincide quasi perfettamente con quella di Beppe Grillo. «Non è una protesta ma un cambiamento: ora voliamo verso il governo», dice il fondatore convinto che la rivoluzione della mappa dei comuni sia solo la prima tappa verso la conquista del governo.

E’ un lunedì amaro per Matteo Renzi. Scampato il rischio di perdere anche Milano, dove Beppe Sala, ricucendo con la sinistra e accasandosi con i radicali, ha impedito che la debacle del Pd fosse totale, Renzi annuncia una seria e approfondita riflessione sui risultati del voto venerdì in direzione. E, incontrando la stampa, subito dopo aver ricevuto lo chef stellato Massimo Bottura, cerca di dribblare le domande sul voto e sulle possibili conseguenze sul governo e sulla sua tenuta. E sul Pd, di nuovo in fibrillazione con la minoranza, ma anche i renziani della prima ora, pronti a dare battaglia. Lo schema segretario-premier non regge più. Il partito è in affanno anche nelle ex roccaforti rosse. La fotografia che esce dalle urne è davvero un campanello d’allarme per il rottamatore che in soli due anni a palazzo Chigi sembra già passato per gli italiani dalla parte dell’establisment. Passi per Roma dove la Raggi ha annientato Giachetti con un 67,2% di voti. E passi anche per Napoli dove il Pd non è neanche arrivato al ballottaggio, anche grazie al sostegno di Denis Verdini. Brucia, ed è destinata a pesare, la sconfitta di Piero Fassino a Torino dove Chiara Appendino ha battuto di 10 punti l’ultimo dirigente Ds non ancora rottamato da Renzi e convinto prorio dal premier a ricandidarsi. «In un luogo istituzionale non posso parlare del Pd» dice Renzi alla quarta domanda dei cronisti sullo stato di salute del partito. «L’analisi la faremo venerdì prossimo in direzione e sarà seria e approfondita», assicura Renzi che tanto per chiarire intanto conferma che non cedere alla richiesta della minoranza del Pd di rivedere l’Italcum. Una richiesta che non avrà a che vedere con l’impegno della sinistra del partito in favore del referendum ma che oggi, proprio alla luce dei risultati elettorali sembra quasi ovvia. L’Italicum è costruito sull’idea di un Paese bipolare che non c’è più. Lo schema politico italiano è oggi a tre. Dunque sarebbe saggio oltre che conveniente rivedere il sistema elettorale. Possibilità che per ora non c’è, a sentire Renzi. «Sarà una direzione vera», assicura spiegando che il 24 è San Giovanni. «San Giovanni non vuole inganni», dice citado un detto delle sue parti.

La carne al fuoco però è tanta e brucia. E Renzi lo sa bene. Anche tra i renziani infatti serpeggia il malumore. Il partito a vocazione maggioritaria rischia di restare un sogno. Beppe Sala ha vinto a Milano ma per dirla con il ministro Maurizio Martina il modello è stato quello antico del centrosinistra. «La vittoria di Milano ci indica la strada giusta, un Pd forte, aperto e rinnovato in grado di costruire alleanze con le forze del centrosinistra e del civismo», spiega il ministro dell’Agricoltura. «Il Pd perde quando non fa il Pd, dove ha meno coraggio di cambiare» dice però il superenziano Andrea Marcucci. Una linea che anche Renzi è tentato di sposare. Bisogna spingere di più l’acceleratore sulle riforme, trovare il modo di spiegare alle gente come stiamo cambiando il Paese. Dobbiamo avere chiaro che ci giochiamo tutto sulla riforma costituzionale di ottobre», dirà Renzi in direzione. Quanto alla possibilità di cedere la segretaria del partito Renzi non la prende neanche in considerazione. Quando ha deciso di scalare il Pd lo ha fatto sapendo che per restare in sella a palazzo Chigi era necessario guidare anche il partito. La vicenda di Romano Prodi è stata esemplare per l’ex sindaco di Firenze. Prima dei ballottaggi ha anticipato che avrebbe usato il lanciafiamme nel Pd. Una metafora che oggi appare quantomeno esagerata. Qualche concessione alle minoranze Renzi dovrà farla. Per esempio mettendo mano alla segreteria del partito, inserendo facce giovani e nuove, «forze fresche» da buttare subito nella battaglia referendaria, la «madre di tutte le battaglie».

Ma il fonte interno non sarà l’unico per il premier. Tra gli alfaniani, o meglio tra i centristi di Ap, che da tempo sostengono il governo il malumore per i risultati elettorali è fortissimo. La linea di Alfano è più che mai in discussione.

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