Residenti concordi: una scuola al posto dell’ex cementificio

Via Raiale. Piace la proposta lanciata dalla Confcommercio Cittadini e commercianti: «Va rilanciato tutto il quartiere»
PESCARA. Pensare una nuova vita per l’area del cementificio. La proposta, partita due giorni fa dalla Confcommercio, viene raccolta da commercianti e cittadini della zona di via Raiale che da anni non sentono più parlare del l’impianto, chiuso dal 2015 - quando la Sacci ha mandato via gli ultimi addetti - e poi acquistato dalla Calbit, nel 2017. La sua presenza è sempre stata al centro di polemiche e battaglie per i fumi, i rumori, l’effetto-terremoto sulle case, le tracce di cemento ovunque, fino allo spegnimento. L’associazione di categoria, guidata da Riccardo Padovano, vorrebbe che la politica ne discutesse e propone di realizzare lì la sede dell’Istituto alberghiero e un polo formativo mentre il Comune spiega al Centro di aver già incontrato più volte la proprietà e di sperare che si arrivi a qualcosa di concreto.
«Qui serve qualcosa per far rinascere il quartiere», taglia corto con grande determinazione Claudia Bernardini, che vive e lavora nel quartiere. Dal negozio di via Raiale lancia alcune idee, da portare avanti nell’area del cementificio. «Sì all’istituto alberghiero, che è stato la mia scuola, ma va bene anche un’altra scuola, magari con il convitto. Sarebbe la rinascita della zona. Si potrebbe ipotizzare un centro commerciale, perché qui non ci sono negozi. Dico “no”, invece, alla riapertura del cementificio anche se mio zio ci ha lavorato più di cinquant’anni e la chiusura è stata una sconfitta, per lui. Questo quartiere merita attenzione, qui c’è bellissima gente. La delinquenza? È anche altrove», prosegue la commerciante 24enne.
«La nostra famiglia è qui dal 1940», dicono dal panificio Aterno, per cui le vicende del cementifico le hanno vissute tutte e non hanno grandi aspettative. «Quando l’impianto era in funzione ci cadeva un dito di cemento sulle macchine. Poi lo hanno spento, si diceva che lo avrebbero smontato e rimontato altrove, perché demolirlo costerebbe troppo e poi chissà quanto cemento verrebbe fuori da lì. Per noi può rimanere così, non sapendo cosa ci farebbero: è già un risultato che sia stato spento, anche se ci dispiace per gli operai che hanno perso il lavoro». Nella vicina tabaccheria Maurizio Di Brino e l’ex edicolante Angelo Vaccaro ricordano le tante battaglie contro lo stabilimento e chiedono la «riqualificazione di tutta l’area, che deve passare necessariamente per il Comune e riguardare anche la zona di fronte allo stabilimento Saquella e i capannoni in disuso dell’ex conceria Cogolo. Ci sarebbe la possibilità di mettere insieme più progetti, dando una nuova vita a questa zona dove mancano servizi, non ci sono attività ma c’è una edilizia diffusa. Al posto del cementificio, che va abbattuto o riqualificato, è difficile pensare alla nuova sede dell’Alberghiero, dato che la Provincia ha già investito su questa scuola. Si potrebbe pensare a una struttura ricettiva, un hotel, vista la posizione ideale, vicina all’aeroporto. Si dovrebbe puntare sul quartiere, per farlo crescere», dicono ancora ricordando che dopo il cementificio ha chiuso anche il parco di fronte allo stabilimento e i campi di calcio e da tennis sono in stato di abbandono. «Se si dovesse decidere per l’Alberghiero, si riqualificherebbe anche il parco», il cui cancello è aperto e immediatamente dietro c’è una siringa, segno del passaggio di tossicodipendenti, così come è aperta una porta del cementificio, dietro al cancello per i pedoni.
«L’Alberghiero sarebbe una meraviglia», commenta Marina Scurti che vive sotto al silos. «Il cementificio ci ha creato parecchi danni e abbiamo fatto tante battaglie, fino a una causa per risarcimento. Ora è un paradiso, senza rumori, né vibrazioni, né odori sgradevoli. Mi piacerebbe vedere tutto il lungofiume riqualificato, rimuovendo lo stabilimento per acquisire spazi verdi per la città».

