Resta fuori anche il capitolo sulla prefettura

La sala operativa «non era in condizioni di decidere». In «buona fede» Provolo e l’ex sottosegretario Chiavaroli
PESCARA . Nell'archiviazione su Rigopiano c'è anche il capitolo Prefettura, ma soltanto per quanto riguarda la mancata tempestività nell'attivazione dei soccorsi e la questione legata alla notizia sui superstiti che coinvolgeva l'ex prefetto Francesco Provolo e l'ex sottosegretario alla Giustizia Federica Chiavaroli. Quanto alle telefonate d'aiuto fatte in Prefettura dal sopravvissuto cuoco Giampiero Parete e da Quintino Marcella. «deve evidenziarsi - scrive sul punto il gip Nicola Colantonio - che Vincenzino Lupi e Daniela Acquaviva (che si trovavano nella sala operativa della Prefettura ndr) non erano in condizione di procedere alla verifica empirica ed immediata della effettiva situazione di fatto del Resort, proprio per l'impossibilità di potersi avvalere (per le condizioni meteo proibitive, ostative all'uso di elicotteri) ad indagine con mezzi aerei. Inoltre non può tacersi che le notizie veicolate, nelle immediatezze, dal titolare della struttura alberghiera (Bruno Di Tommaso ndr) agli indagati stessi andavano a sconfessare il tenore delle richieste d'intervento del Parete e del Marcella”. E il giudice spiega anche quale era la situazione in quella sala operativa. “Gli operatori presenti, in un momento di evidente concitazione collettiva (in conseguenza dei gravi eventi sismici che avevano appena colpito l'intero territorio regionale: quindi in presenza di calamità che avevano indotto, certamente, numerosissimi soggetti a richiedere attività di soccorso), in relazione alla situazione del Resort presente in Rigopiano, avevano ricevuto telefonate, quelle di Parete e Marcella da una parte e quella di Di Tommaso dall'altra, aventi contenuto diametralmente opposto. Non può tacersi che le dichiarazioni di Di Tommaso, nella circostanza potevano, in buona fede, godere di maggiore credibilità ed attendibilità, atteso che provenivano direttamente dal gestore della struttura di cui si assumeva l'avvenuto crollo”. Il gip cita anche i risultati delle consulenze mediche sulle vittime in rapporto alla tempistica dei soccorritori: risultati che “hanno escluso, sotto il profilo medico legale, che il ritardo, rispetto alla telefonata del Parete, nell'attivazione dei soccorsi, abbia avuto incidenza teleologica giuridicamente apprezzabile”. Circa la presenza del povero Stefano Feniello nella lista dei sopravvissuti, pubblicizzata dal Prefetto Provolo, il gip afferma che “si tratta di condotta di per sé neutra, o addirittura benefica (in quanto diretta a dare sollievo immediato ai familiari dei superstiti), che però si basava su una erronea percezione della situazione di fatto concreta: l'inclusione del nominativo di Stefano Feniello nell'elenco dei soggetti ancora in vita”. Provolo nella circostanza “avrebbe agito in buona fede...non possono evidenziarsi profili di colpa in capo al predetto per aver fatto affidamento su quanto a lui riferito da soggetti che, effettivamente, avevano avuto contatti diretti con i soggetti ancora in vita tra le macerie”. E lo stesso vale per la Chiavaroli che “solo occasionalmente si era trovata a contattare i familiari di Feniello al solo fine di portare loro la solidarietà ed il conforto dei rappresentanti dello Stato”.
Il giudice tocca anche la questione sicurezza della struttura esaminando le posizioni di Bruno Di Tommaso e di Andrea Marrone quale responsabile della sicurezza dell'hotel. I due, “facendo legittimo affidamento sulle determinazioni dell'autorità amministrativa (che, analizzando lo stato dei luoghi e la natura dell'attività commerciale, aveva ritenuto possibile, senza prescrizioni, l'edificazione e lo svolgimento dell'attività ricettizia), non fossero in condizione di poter valutare la sussistenza dell'effettivo pericolo di caduta valanghe: quindi può ragionevolmente escludersi che gli indagati abbiano omesso di apprestare i presidi di sicurezza proprio per arrecare danno ai lavoratori ed ai clienti”. (m.c.)

