Riapre il parco dell’omicidio L’appello di don Coluccia: ora serve l’impegno di tutti

10 Luglio 2024

Il sacerdote sotto scorta impegnato nella lotta alle mafie sarà domani a Pescara «La morte di Christhopher è una sconfitta della la città, adesso si riparte da lui»

PESCARA. Torna alla normalità il parco Baden Powell che oggi riapre alla città, di fatto ancora sotto choc per quello che è successo lì dentro meno di venti giorni fa. E infatti c’è ormai poco di normale in quel fazzoletto verde tra i palazzi residenziali dove il pomeriggio del 23 giugno due diciassettenni hanno ucciso tra sputi e insulti, con 25 coltellate, il 16enne Christopher Thomas Luciani. Per poi andare al mare col resto del gruppo che li aspettava alla panchina.
Anche se ripulito dalle scritte, dalle piante secche, da un albero pericolante, quasi a cancellare tutto quello che c’è stato (dai fotogrammi del branco che entra con l’inconsapevole Christopher al ritrovamento del suo povero corpo martoriato, fino alla fiaccolata della città che lì ha riversato lacrime e fiori, con gli striscioni portati da centinaia di giovani), quel parco oggi è un simbolo. Lo dice a gran voce don Antonio Coluccia, sacerdote impegnato con i giovani nella lotta alle mafie, che proprio domani sarà in Prefettura a Pescara per sottoscrivere il protocollo d’intesa di educazione digitale con il prefetto Flavio Ferdani, il sindaco Carlo Masci, il presidente e il procuratore del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale.
Un ritorno, per il sacerdote salentino sotto scorta, che lo scorso 28 giugno ha voluto essere ai funerali di Christopher, a Rosciano, dove ha promesso che non l’avrebbe dimenticato. E così è stato.
Don Antonio, che valore ha il parco che riapre?
«Per chi d’ora in poi andrà in quel parco ci dev’essere una memoria operante, ricordare ciò che è accaduto non deve essere solo commozione, ma deve trasformasi in impegno sociale, in responsabilità. È da quel parco che si riparte. Un luogo della memoria da cui deve scaturire l’impegno. La vita di questo ragazzo, morto con una crudeltà inaudita, deve trasformasi in un annuncio di vita nuova per tutti i ragazzi, per dire insieme “Mai più”».
Come si attua l’impegno di cui parla?
«È importante esserci. Le forze di polizia non bastano, ci vuole la partecipazione sociale, bisogna fare rete, far comprendere che la droga è il più grande bluff. Lo sport è un deterrente. Nelle piazze di spaccio i cittadini devono farsi sentire. Le zone franche si creano anche per l’indifferenza dei cittadini che insorgono solo di fronte ai casi gravi. Ma così si lascia spazio alla normalizzazione del crimine».
Però quello che è accaduto è avvenuto in centro, per mano di figli di famiglie normali, non in una piazza di spaccio.
«Si parla di città normale, ma perché è accaduto? Da quello che leggo, dalle indagini, sembra che Christopher sia stato ucciso per un debito per droga. Ecco, il tema della droga deve diventare il cavallo di battaglia della città. La droga è un idolo che aspira i ragazzi e gli fa banalizzare la loro stessa vita. Il punto è che i giovani non devono essere affascinati dalla cultura malavitosa, e se a Pescara ci sono dei punti sensibili è lì che bisogna agire. Vanno costruite iniziative, eventi, dobbiamo dare delle alternative per fermare questa spirale di violenza che riempie i social frequentati dai ragazzi».
Dalla morte di Christopher come ne esce Pescara?
«È una sconfitta per tutta la città. Non criminalizziamo le famiglie dei ragazzi oggi in carcere. I genitori sono distrutti. Anche loro stanno soffrendo, anche per loro è avvenuta una morte e in questo momento è importante il sostegno di tutti. Quando capitano questi episodi c’è una città che si commuove, ma non si muove. Si pretende tutto, ma i cittadini devono essere collaborativi».
In che modo?
«Quando si intercetta il malessere sociale si deve parlare. Le istituzioni, le forze di polizia, hanno una visione più tecnica. Se non vogliamo che accada di nuovo, è tutta la comunità che deve interrogarsi, la risposta la dobbiamo dare noi. Da quello che è successo a Christopher deve scaturire l’impegno di tutti. C’è tanta positività in questa città, tiriamola fuori»
Ci dica concretamente cosa devono imparare i genitori, gli adulti, che da questa storia si sono scoperti inadeguati e sgomenti.
«I genitori devono ascoltare i propri figli, abbracciarli, dedicargli del tempo, capire chi frequentano, essere pronti a notare situazioni particolari e avere il coraggio di dire “che cosa stai facendo?”. I ragazzi vanno ascoltati. È il mondo degli adulti che non c’è».
Che valore ha il protocollo che viene a sottoscrivere domani in Prefettura?
«È un’iniziativa che si collega a quanto successo, è un segnale alla comunità a cui seguiranno altre iniziative per riuscire a dire “mai più”. Lo dobbiamo a Christopher».