Ricatti a luci rosse al prete, sfilano i testimoni

22 Dicembre 2023

L’ex maresciallo amico di don Camillo: «Mi lasciò una busta, da aprire se gli fosse successo qualcosa»

PESCARA. Sfilata di testimoni ieri in aula nel processo che vede sul banco degli imputati una intera famiglia di Montesilvano che avrebbe messo in atto un ricatto a luci rosse ai danni di un parroco, don Camillo Lancia, per arrivare a sfilargli circa 750 mila euro, stando almeno a quanto sostiene la difesa del prelato parte offesa (per l’accusa sarebbero 500 mila), sostenuta da Giovanni e Alfredo Mangia.
Ieri, sul banco dei testimoni anche un ex maresciallo dei carabinieri amico di don Camillo, Nicola Sassanelli, che gli aveva prestato dei soldi (come hanno sostenuto anche altri testi sfilati a processo) e che lo aveva visto molto preoccupato. Il militare, che aveva intuito che c’era qualcosa che non andava e che più volte aveva invitato il parroco a sporgere denuncia, aveva insistito per farsi lasciare un documento scritto sulle sue vicende “segrete”. «Don Camillo», riferisce, «mi aveva lasciato una busta che avrei dovuto tirare fuori se gli fosse successo qualcosa». E quella busta, piena di timbri a sigillo, ieri è stata depositata in tribunale e aperta dalla presidente del collegio, Maria Michela Di Fine. «All’interno della busta ci sono due fotografie che riproducono un gruppo di fedeli e nel mezzo un foglio», dice la presidente che legge il contenuto: «in caso di necessità, perché mi è successo qualcosa di grave, autorizzo il maresciallo Nicola Sassanelli a cercare un plico nello scaffale centrale della mia libreria e fare giustizia, consegnandolo ai miei eredi».
E sul foglio ci sono alcune lettere che indicano il nome e cognome di uno degli imputati, Eraldo Scurti, sotto processo insieme alla moglie Claudia Palma, e al loro figlio Alessio, accusato solo di riciclaggio mentre i genitori di estorsione. Una lettera scritta prima della denuncia e infatti ieri don Camillo ha spiegato al tribunale che quei documenti di cui parlava vennero poi consegnati agli inquirenti. «Era di dominio pubblico», risponde il teste alla difesa degli imputati (Melania Navelli e Pierluigi Amoroso), che don Camillo cercava soldi in giro, ma non ne voleva parlare: “sì c’è qualcosa” - mi diceva - ma te lo dirò, non adesso». I soldi, come afferma l’accusa, servivano per aiutare una famiglia bisognosa, come sosteneva sempre don Camillio richiedendoli ad amici e parrocchiani. Ma soltanto dopo la denuncia venne fuori che il parroco era sotto scacco di marito e moglie che, sempre secondo l'accusa, lo avevano attirato in un tranello, approfittando del fatto che don Camillo si era infatuato della donna.
«Accadde un fatto», riferì don Camillo nel corso del suo esame, «e non mi vergogno a dirlo perché sono un uomo: mi sono infatuato di quella donna». Un giorno l’imputata lo invita a casa dicendo che il marito era fuori. «Lei comincia a togliersi una calza», riferì sempre la parte offesa, «Io le dissi se mi faceva vedere il seno. Lei non rispose, si avvicinò e mi disse perché non mi spogliavo». A quel punto entra il marito con un tempismo eccezionale e per il parroco inizia il dramma e le continue richieste di soldi per evitare lo scandalo. Prossima udienza il 16 maggio per attendere la consulenza del perito sulle registrazioni segrete fatte da don Camillo con gli imputati. (m.cir.)