Ricette false e doping, condannati

Farmaci vietati. La Cassazione conferma le accuse per un culturista e una donna
MONTESILVANO. Condannati in primo e in secondo grado per un giro di doping nelle palestre, a base di farmaci per le donne incinta usati per farsi i muscoli e comprati utilizzando ricette rubate da uno studio medico, hanno tentato la strada di un ricorso in Cassazione per cancellare le accuse. Ma i giudici della settima sezione penale hanno confermato le condanne del tribunale di Pescara e della Corte d’appello dell’Aquila: «Ricorsi inammissibili», questo il verdetto della Cassazione per un culturista di Montesilvano, 49 anni, finito anche agli arresti domiciliari nel 2017 durante un’indagine dei carabinieri del Nas guidati dal tenente colonnello Domenico Candelli. In primo e in secondo grado, con rito abbreviato, il 49enne era stato condannato per ricettazione e falso a una pena di due anni e 6 mesi, oltre a una multa di 800 euro. Confermata la pena di un anno anche per una donna di 35 anni coinvolta nel giro di steroidi, acquistati fraudolentemente nelle farmacie di Montesilvano.
Le indagini del Nas, che hanno superato il vaglio di tre gradi di giudizio, hanno dimostrato che i due imputati hanno utilizzato le ricette falsificate, rubate nello studio di un ginecologo, per acquistare sostanze dopanti nelle farmacie: sulle ricette, di solito, erano apposti nomi finti di donne ma in un caso, forse una svista, è stato messo anche il nome di un uomo. Dopo i primi sospetti dei farmacisti, il Nas, in collaborazione con i carabinieri della compagnia di Montesilvano, ha seguito i movimenti dei due, esaminando anche le immagini della videosorveglianza, utili sia alla loro identificazione che per tracciare i loro traffici. «Il riconoscimento della donna, attraverso i filmati del sistema di videosorveglianza della farmacia, è stato operato», dice la sentenza della Cassazione, «non solo dagli operanti ma anche dal medico curante, il cui ricettario di provenienza furtiva è stato utilizzato per le false prescrizioni farmaceutiche, il quale ha individuato la stessa donna nelle immagini relative non solo all’episodio del 26 aprile ma anche alla spendita del precedente 11 aprile, allorché la ricorrente aveva fraudolentemente ottenuto la consegna di tre confezioni di Sustanon».
Adesso, oltre alla pena confermata in Cassazione, i due imputati sono stati condannati al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.

