Riconoscenza alpina Torna dall’Australia per chi gli salvò la vita

Il reduce di San Valentino ha 94 anni e una tempra d’acciaio «In Russia bloccato dal gelo, un compagno mi portò in spalla»
L’AQUILA. «Io sono un vecchio alpino, ecco perché sono qui all’Aquila. Sono alpino dal 1940: all’epoca era un’altra vita». Sì perché Vittorio Casale, 75 anni fa, non aveva nemmeno vent’anni, abitava a San Valentino in Abruzzo Citeriore, un borgo del Pescarese, e stava per diventare un soldato e cominciare la Seconda guerra mondiale. Oggi di anni ne ha 94, vive a Melbourne in Australia circondato dai suoi 3 figli, un maschio e due femmine. Tra lui, scampato alla morte in Russia grazie alla forza di un amico alpino di Torricella Peligna, paese del Chietino, e l’88ª Adunata nazionale degli alpini c’erano almeno 21 ore di volo e altre tre di macchina: «Ma io», racconta lui, con la divisa da militare e il nodo della cravatta perfetto, «ho voluto esserci a tutti i costi». È lui il simbolo della sezione di San Valentino, una settantina di iscritti guidati dal capogruppo Pasquale Di Fazio.
«All’inizio della mia esperienza militare con gli alpini», ricorda Casale mentre gli altri di San Valentino cucinano pane e cipolle e il sugo per la pasta nel campo lungo via 25 Aprile, «mi hanno mandato prima a Teramo e a Sulmona, poi a Gorizia e in Jugoslavia. Sono andato a combattere in Russia e lì mi sono salvato per miracolo: avevo i piedi congelati. In Russia faceva un freddo cane e per riscaldarli mi avevano dato solo due copertine. Non potevo camminare, non mi potevo muovere ma un amico alpino di Torricella Peligna, Remigio Ficca, il suo nome non l’ho mai dimenticato, mi ha caricato sulle spalle e mi ha portato fino a un camion. Da lì, mi hanno trasportato in un posto medico e mi hanno salvato le gambe e i piedi». Quelle stesse gambe e quegli stessi piedi che, alla fine della guerra, lo hanno riportato da Gorizia a San Valentino: il cammino della libertà. Poi, nel 1955, un’altra partenza, stavolta verso l’Australia: «A San Valentino non c’era lavoro, non c’era niente da fare, e quindi sono partito. Una volta arrivato a Melbourne facevo tutto quello che capitava pur di guadagnare qualcosa: all’inizio spaccavo le pietre in una cava, poi, ho lavorato in una fabbrica di metallo e sono diventato anche caposquadra fino alla pensione». Anche se lontano, Casale non ha mai scordato il suo amico che gli ha salvato la vita caricandoselo addosso: «Negli anni, l’ho cercato ovunque ma non sono riuscito a trovarlo. Poi, un giorno mia nipote, grazie a Facebook, ha rintracciato la sua famiglia che viveva in Francia e ci siamo sentiti. Quando ci siamo parlati al telefono, piangevo per il ricordo e per la gioia. Poi, ci siamo scritti anche delle lettere: è stato bello ritrovarsi».
Se uno è alpino, dice Casale, è alpino sempre e in ogni parte del mondo. Anche in Australia: «Lo spirito alpino resta sempre intatto. Un giorno ho letto sul giornalino delle penne nere che ci sarebbe stata l’Adunata all’Aquila e ho deciso di tornare. L’età c’è e gli acciacchi non mancano ma, stavolta, esserci era davvero troppo importante».
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