«Riconoscete a quei ragazzi che sono morti sul lavoro»

Dopo il faccia a faccia con Di Maio, D’Angelo chiede che venga modificata la norma
PESCARA. Occhi negli occhi, una stretta di mano e una promessa. Dopo due anni di dolore e rabbia una promessa che vale tanto, che suona come una carezza gentile. «Adesso, stiamo facendo in Parlamento alcuni interventi normativi proprio su questa tragedia. Tutto quello che non è stato fatto sarà fatto, sia per quel che riguarda la morte sul lavoro sia sugli indennizzi e sui risarcimenti. Una cosa alla volta faremo tutto. Forza».
Con queste parole il vice premier Luigi Di Maio, l’altro ieri mattina, ha risposto a Francesco D’Angelo, fratello gemello di Gabriele, una delle 29 vittime di Rigopiano. Proprio dinanzi al luogo della tragedia, Francesco ha voluto stringere la mano al vice premier dei Cinque stelle, guardarlo negli occhi e chiedergli che la morte di suo fratello sia onorata come morte sul lavoro. Per una strana e vecchia legge, superata nella sua concezione, la morte di Gabriele D’Angelo all’interno del resort Rigopiano inghiottito dalla valanga, che si staccò dal Monte Siella alle 16,49 di quel maledetto 18 gennaio 2017, non è da considerarsi una morte sul lavoro.
Eppure Gabriele quel giorno di gennaio era lì, come sempre, a fare il suo dovere da cameriere, con il suo grande e contagioso sorriso. Una legge del 1938, modificata trent’anni dopo, stabilisce però che se il tuo stipendio non serve al mantenimento della famiglia non può considerarsi morte sul lavoro: non ti viene riconosciuto nulla. Detto in parole povere, non sei niente. I dipendenti morti nella valanga sono undici, ma per alcuni di loro non ci sono le condizioni di morte sul luogo di lavoro.
«Non è giusto che a mio fratello, costretto a morire insieme a 28 innocenti, non debba essere riconosciuta la morte sul lavoro. Mi aspetto che lo Stato faccia tutto il possibile per cambiare questa legge assurda, per Gabriele e per gli altri ragazzi che si trovavano lì per lavorare. Di Maio me lo ha promesso, gli voglio credere. Spero inoltre che ci sia giustizia anche per questa inchiesta bis. Lo pretendo per le 56 richieste d'aiuto di mio fratello e per la chiamata che fece alle 11,38 di quella mattina e che nessuno ha dichiarato ci sia stata».
La legge del 1938 prevede che abbiano diritto a una rendita economica in seguito alla morte del lavoratore il coniuge, fino alla morte o a nuovo matrimonio, ciascun figlio, fino al raggiungimento della maggiore età (per ragioni di studio elevata fino ai 21 anni se i figli sono studenti di scuola media o superiore e non oltre i 26 anni se studenti universitari), e i figli totalmente inabili al lavoro, ai quali la rendita spetta a prescindere dall’età, finché dura l’inabilità. In mancanza di coniuge e figli, può spettare una rendita anche a genitori, altri ascendenti, fratelli e sorelle, ma solo se convivevano con il lavoratore deceduto ed erano a suo carico.
«Dobbiamo fare giustizia. È veramente assurdo quello che è successo intorno a questa tragedia. Noi siamo qui per far capire da che parte sta lo Stato», ha rassicurato Di Maio guardando negli occhi Francesco D’Angelo, fratello gemello di Gabriele. Chi non li ha mai conosciuti, fa ancora oggi fatica a distinguerli anche in foto. «Sì siamo identici», sorride Francesco D’Angelo, «ma mio fratello era molto più preciso, meticoloso, ordinato, in tutto. Lavorava all’Hotel Rigopiano da 6 anni, aveva un contratto a tempo indeterminato e ci teneva tantissimo al suo lavoro e al suo impegno. Ne era molto orgoglioso. È sempre stato una persona correttissima. Per ben sedici anni è stato anche impegnato come volontario nella Croce Rossa. Era generoso, preciso, esperto di emergenze. Aveva lavorato anche all’Aquila, dopo il terremoto del 2009. Per lui voglio che sia fatta giustizia, che gli sia quantomeno riconosciuto il suo impegno nel lavoro, adesso che non è più qui con me e i miei cari. Farò tutto quanto nelle mie possibilità per onorare la sua memoria», ha concluso D’Angelo.

