«Ricordate quel tritolo assassino»

Tina Montinaro, moglie del caposcorta di Falcone: non c’è perdono, voglio giustizia
PESCARA. «Mio marito aveva paura di salire su quella macchina, ci pensava che poteva morire saltando in aria, ma doveva fare il suo dovere ed era un orgoglio proteggere la vita del giudice Giovanni Falcone». Così Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Falcone ucciso con la moglie magistrato Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani e Rocco Dicillo nell’attentato di Capaci il 23 maggio di 30 anni fa. Vite spezzate da 500 chili di tritolo piazzati da Cosa Nostra sotto l’autostrada Palermo- Capaci, nel territorio di Isola delle Femmine. Ci furono 23 feriti.
Tina Montinaro, un mese fa a Pescara per presentare alle scolaresche i resti distrutti della Quarto Savona 15, la sigla dell’auto della scorta, racconta l’ultimo giorno di vita di suo marito: «La mattina era a casa a giocare con i nostri bambini, Gaetano e Giovanni (in onore di Falcone) all’epoca 4 anni e 21 mesi, oggi 34 e 31 anni. All’improvviso mi disse: vado a mangiare in caserma. Fu l’ultima volta che lo vidi. Prima di partire con il resto della scorta, mi telefonò per chiedermi come stavano i bimbi. Fu l’ultima volta che lo sentii. Nessun perdono per chi lo ha ucciso. Non cerco vendetta, ma giustizia. E non è stata fatta ancora giustizia per i morti di Capaci. Bisogna trovare i mandanti. C’è ancora tanta rabbia dentro. Quella strage non appartiene solo a Tina Montinaro. Quel tritolo è entrato in casa mia e il dolore per la perdita di Antonio è solo mio. Ma ai giovani dico: voi avete il dovere della memoria. Cercate sempre la verità, perché la verità vi renderà liberi. Io, prosegue, «ho avuto la fortuna di stare accanto a un uomo vero, allegro e bellissimo. Antonio era uno strafigo esagerato. A 24 anni ha deciso di scortare l’uomo più importante d’Italia. Era un poliziotto pieno di vita, sempre a disposizione degli altri, non ci ha mai fatto pesare il suo lavoro e le sue angosce». La mafia ha vinto con le morti di Capaci? «Noi abbiamo vinto, perché la Quarto Savona 15 continua a girare l’Italia. Io sono napoletana e Antonio era leccese, ma io sono rimasta a vivere a Palermo perché la “mugliera” di un poliziotto cammina a testa alta. Antonio sapeva di rischiare la vita, ma non ha mai voltato le spalle a chi si fidava di lui, non ha mai arretrato, ha fatto il suo dovere fino in fondo da servitore dello Stato. Fino alla morte». (c. co.)

