Ricorso al Tar di Milia Per sbloccare i palazzi

8 Giugno 2017

Dopo il no del Comune al cambio di destinazione uffici-appartamenti

PESCARA. Un ricorso al Tar che si intreccia all’inchiesta penale sull’affare di Pescaraporto (vedi pezzo a destra) con 5 indagati eccellenti. La società dell’avvocato pescarese Giuliano Milia, storico difensore del governatore Pd Luciano D’Alfonso, e del costruttore teatino Franco Mammarella ha fatto la sua mossa per riaprire il cantiere lungo la riviera sud, tra il ponte del Mare e il porto turistico: un ricorso per «annullare» la decisione del Comune che, il 23 febbraio scorso, ha detto no alla proposta della Pescaraporto di cambiare la destinazione d’uso del fabbricato da uffici ad appartamenti.
Il ricorso. È un atto che sembra segnare un muro contro muro tra l’amministrazione e l’impresa: la Pescaraporto vuole andare avanti con la costruzione degli appartamenti. Per questo, con il rappresentante legale Giuseppina Giordano, ha impugnato la delibera e denuncia l’«incompetenza» del consiglio comunale, l’«eccesso di potere» del Comune e anche un «difetto di motivazione» nel procedimento amministrativo. Un ricorso prevedibile: la giunta del sindaco Pd Marco Alessandrini ha votato la costituzione in giudizio e ora sarà il Tar a decidere se sul lungomare potranno essere costruiti appartamenti oppure no.
Il progetto cambiato. La Pescaraporto aveva ottenuto il permesso per costruire un albergo e uffici sull’area ex Edison il 5 ottobre del 2012, all’epoca dell’amministrazione Albore Mascia e dell’assessore all’Urbanistica Marcello Antonelli. Un permesso contestato dalla politica: sia Albore Mascia che Antonelli avevano criticato il rilascio del permesso da parte del settore Urbanistica del Comune e trasferito l’allora dirigente. Poi, la proposta dell’hotel è stata accantonata e sono rimasti gli uffici; ma, il 17 marzo 2016, Milia e Mammarella hanno presentato una «richiesta di variante» al permesso «da uffici privati-studi professionali a residenziale». Appartamenti con vista mare sull’ultima area ancora vuota della riviera, attaccata all’ex Cofa.
Incrocio di date. È una data importante quella del 17 marzo 2016. Che ricorre anche nell’inchiesta della squadra mobile, coordinata dalla pm Anna Rita Mantini: secondo l’accusa, un parere del Genio civile del precedente 15 marzo sarebbe stato concertato tra privato e pubblico. È su questo documento che ruota l’inchiesta per abuso d’ufficio e falso.
Rifiuto contestato. Quasi un anno dopo la richiesta del cambio di destinazione d’uso, il Comune si è espresso: 11 mesi passati tra le polemiche, sollevate dal M5S – l’esposto che ha dato il via all’indagine è stato presentata dalla consigliera grillina Erika Alessandrini – e da Forza Italia. Il 23 febbraio scorso è stato il giorno più importante: il consiglio comunale ha bocciato la richiesta della Pescaraporto con un voto trasversale: 21 favorevoli e un solo contrario.
«Delibera da annullare». Ora, quel rifiuto finisce al centro del ricorso della società: un documento lungo più di 10 pagine in cui si chiede al Tar di bloccare l’efficacia della delibera. Una delibera da «annullare» secondo la società di Milia e Mammarella: per la Pescaraporto, il no del consiglio comunale rappresenterebbe una «violazione» del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (il dpr 380 del 2001): per la Pescaraporto, non avrebbe dovuto essere il consiglio comunale a esprimersi ma lo Sportello per le attività produttive (Suap). «Incompetenza relativa del consiglio comunale» è la tesi della società che denuncia la «violazione» e la «falsa applicazione» di una parte del decreto relativa al «procedimento per il rilascio del permesso di costruire». Altro motivo di impugnazione è un «eccesso di potere per travisamento, erroneo bilanciamento degli interessi pubblici e privati coinvolti, per irragionevolezza e perplessità»: i costruttori dicono che il Comune avrebbe «violato» un’altra norma sul rilascio dei permessi di costruire in deroga agli strumenti urbanistici. Poi, l’azienda di Milia segnala un presunto «difetto di motivazione» del Comune nell’avvio del procedimento. Il Comune ha affidato l’incarico della difesa ad Antonella Manso, avvocato interno.
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