Rifugiati ospiti, Said dalla Somalia a Pescara: «Qui dopo un viaggio di 11 mesi in solitaria»

Un momento della festa Caritas-Arci

22 Giugno 2026

Un’esperienza vissuta a soli 17 anni, il racconto del giovane al Centro: «Quanta paura!»

PESCARA. Un pomeriggio e una serata dedicati ai temi dell’accoglienza, dell’inclusione e della fraternità, che hanno coinvolto cittadini, volontari e rifugiati accolti nei centri Sai ordinari e in quelli dedicati ai minori stranieri non accompagnati del Comune di Pescara. È “Free Waves”, la festa organizzata nei giorni scorsi sulla spiaggia “libera tutti” di Pescara dalla Caritas di Pescara-Penne in collaborazione con Arci Pescara per la Giornata mondiale del rifugiato. «Come ogni anno, il nostro intento è stato coinvolgere tutta la comunità in un importante momento di fraternità e conoscenza», spiega Corrado De Dominicis, direttore della Caritas diocesana. Tante storie, sogni e speranze, come quella di Said. Somalo di 17 anni, è uno degli ospiti del Sai di Pescara che ha scelto di raccontare al Centro il suo viaggio da incubo durato 11 mesi, tra l’incertezza della destinazione e la paura di non arrivare in Europa sano e salvo.

Said, da quanto tempo sei in Italia?

«Da quasi quattro mesi; sono arrivato alla fine di febbraio».

Sei arrivato da solo?

«Sì, completamente solo».

Hai una famiglia in Somalia?

«Sì, mio padre è morto, ma ho una madre e due fratelli».

Perché hai scelto l'Italia?

«L’obiettivo era arrivare in Europa per essere più sicuro. Quando ero in Libia mi hanno detto: “Andrai in Europa, riuscirai a entrare”. Così sono arrivato a Lampedusa, anche se ero molto preoccupato».

Quanto è durato il viaggio?

«Undici mesi».

Quali paesi hai attraversato?

«Somalia, Kenya, Uganda, Sud Sudan, Sudan e Libia».

Dove dormivi?

C’erano delle persone che mi nascondevano e si davano il cambio. In ogni Paese che attraversavo, dalla Somalia al Kenya, dall’Uganda in poi, c'erano persone nuove ad attendermi».

Hai avuto paura?

«Sì, ero spaventato. Ti dicono che devi dare loro dei soldi e ti ritrovi in un posto che non conosci, circondato da facce nuove. A volte ero scioccato, a volte impaurito, a volte sorpreso. A volte piangevo e provavo molta tristezza e oscurità. All'inizio mi avevano detto: “Ti aiuteremo a lasciare l’Africa per l’Europa, non ti chiederemo nulla e sarai libero”, ma poi hanno cambiato faccia».

Cosa intendi dire?

«A volte mi picchiavano, o sparavano vicino a me, e mi dicevano di stare zitto».

Cosa hai provato quando hai raggiunto l’Italia?

«Mi sono sentito benissimo. Ho incontrato brave persone che mi hanno accolto e aiutato in tutto».

Cosa farai ora in Italia?

«In Somalia studiavo una lingua simile all’arabo. Ora vorrei prima di tutto studiare in una scuola primaria per imparare la lingua italiana. Poi vorrei imparare un mestiere, come il meccanico o il falegname».

In futuro vuoi vivere in Italia o tornare in Somalia?

«Il motivo per cui sono andato via dalla Somalia è Al-Shabaab; sono terroristi. Non mi aspetto di tornare un giorno, ma se la Somalia dovesse tornare a stare bene, forse potrei farlo».

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