Rigopiano, 29 morti prigionieri Cronaca di un disastro italiano

Dopo sei anni dalla valanga. La strada bloccata da un muro di neve e l’allarme dall’hotel già all’alba
PESCARA. Ci siamo. Dopo sei anni, domani è il giorno della sentenza: per i 30 imputati del disastro di Rigopiano e per i familiari delle 29 vittime della valanga di quel mercoledì 18 gennaio. Ma a rileggere quel giorno, anzi, a riascoltare le voci delle 40 persone bloccate in albergo da un muro di neve, ben prima della valanga e mentre c’era il terremoto, la verità è che i 29 di Rigopiano sono morti da prigionieri. E la cosa più terribile, è che sono morti consapevoli di essere prigionieri. Senza scampo, condannati. Da prigionieri hanno implorato di essere liberati. Da prigionieri hanno pianto, gridato, maledetto, sperato. Pregato. Ma da quell’albergo sotto alla montagna, blindato da un muro di neve che superficialità e burocrazia avevano alzato nella notte sbarrando a tutti la strada di casa, dei 40 che c’erano, solo 11 sono riusciti vivi.
Eppure, quanto avevano gridato. Per tutto il giorno, per tutto quel maledetto mercoledì, dall’alba fino a pochi secondi prima della valanga piombata sull’hotel alle 16,49, i messaggi whatsapp di ospiti e dipendenti della struttura si rincorrono e si sovrappongono. E tutti con la stessa richiesta: veniteci a liberare, c’è il terremoto, la montagna trema, abbiamo paura.
il rischio VALANGA È vero, nessuno poteva immaginare che quella montagna avrebbe scaricato qualcosa come 4.000 tir a pieno carico, 50 mila tonnellate di neve che a 100 chilometri orari hanno inghiottito i boschi di faggio, la strada e il camping, prima di imboccare la curva del diavolo, come dissero poi in paese, e a divorare anche l’albergo. È vero, non si poteva immaginare, però prevedere sì. Se dopo 25 anni dalla legge regionale del '92 che la imponeva, fosse stata pronta la Carta per la localizzazione dei pericoli da valanga, la Clpv poi salita alla ribalta del processo, forse sì, quel giorno l'albergo sarebbe dovuto rimanere chiuso, oppure era comunque al sicuro, con le paratìe pronte a contenere la montagna e le sue sfuriate. E si sarebbero salvati tutti.
METEO E TURBINA ROTTA Ma niente ha funzionato quel giorno, neanche quello che c'era. Come i bollettini Meteomont che il 16, 17 e 18 gennaio davano rischio slavine anche nella zona di Rigopiano, ma la comunicazione si è persa. Sono state trascurate perfino le banalissime previsioni meteo che per quel mercoledì di sei anni fa annunciavano l’apocalisse in tutto l’Abruzzo. E figuriamoci lì, sotto il Gran Sasso.
SCORTATI FINO ALL’HOTEL E che si fa a Farindola, mentre il sindaco chiudeva le scuole del paese? Il pomeriggio del 17 gennaio, va la polizia provinciale a scortare gli ultimi ospiti in arrivo, dal bivio Mirri all’hotel, dopo che lo spazzaneve pulisce per l’ultima volta quei sette chilometri che di lì a meno di 24 ore avrebbero diviso per sempre il mondo dei vivi da quello dei morti. Lo spazzaneve, sì, perché la turbina era rotta dal 6 gennaio, si sapeva, ma nonostante da giorni fosse atteso il peggio, nessuno si era preoccupato di rimetterla in funzione.
I DIPENDENTI RESTANO E niente, ormai ci siamo: l’apocalisse sta arrivando. E si salva chi può. Non potevano salvarsi gli ospiti della struttura, che inconsapevoli si erano fidati di chi li aveva scortati e accolti in quel paradiso di lusso e neve, ma si potevano salvare tutti quei ragazzi che ci lavoravano e che ben sapevano come funzionava lassù dove, senza alcuna misura di prevenzione, è ancora la montagna a comandare. Ma loro, tutti e dieci più il sopravvissuto Salzetta, decidono di restare anche se hanno finito il proprio turno: Luana, Emanuele, Marinella, Gabriele, Linda, Alessandro, Ilaria, Dame, Cecilia, l’altro Alessandro. Non se ne vanno perché, loro lo sapevano, il giorno dopo nessuno sarebbe riuscito a salire per il cambio.
L’HOTEL ISOLATo nel 2015 Era già successo due anni prima, con l’albergo bloccato dalla neve e l’elicottero che andò a lanciargli viveri e medicine: quei ragazzi sapevano che poteva succedere di nuovo, anche se dopo quella volta la Provincia, responsabile della strada, si impegnò con i gestori dell'albergo infuriati: non sarebbe successo mai più che l'hotel rimanesse isolato, la strada sarebbe stata sempre pulita.
L’ALBA DEL 18 GENNAIO E invece all’alba di quel 18 gennaio, lassù è peggio di sempre. Davanti all'hotel c'è un muro di neve e Salzetta, il manutentore della struttura, dalle 5 e mezza ha ripreso quello che aveva fatto fino alla mezzanotte prima: spalare con il bobcat tutta la neve che poteva, per tenere il parcheggio libero e i mezzi pronti per andarsene. Ma è una missione impossibile. Alle 5 e mezza anche Roberto Del Rosso, responsabile del personale, è sveglio da tempo, in contatto con il referente della pulizia delle strade. I telefoni sono isolati e poco dopo le 6, via whatsapp, Roberto chiama la moglie a Pescara, le dice che a Rigopiano ci sono due metri di neve e le chiede di contattare lei, il responsabile delle strade. La risposta che gli viene riferita poco più tardi è che hanno un mezzo in meno, bloccato a Vestea, e che stanno contattando la Provincia per la turbina.
EMERGENZA SEGNALATA Ecco come inizia quel giorno: non sono neanche le sette e l’emergenza Rigopiano è già stata segnalata, la strada è bloccata. Lo dice alle 8 anche Gabriele D’Angelo, il cameriere di Penne, alla fidanzata: «È peggio dell’altra volta. Siamo a quasi a 3 metri di neve».
IL TERREMOTO E poi alle 10,25 arriva il terremoto, la prima scossa. È a quel punto che dall’albergo ai piedi della montagna si alza l’eco di chi inizia a implorare di tornare a casa. Decine di messaggi, con i telefoni che non prendono e whatsapp come ultima àncora di salvezza. Tutti chiamano tutti. E non solo amici e parenti.
PREFETTURA allertata D’Angelo, dopo aver chiamato i colleghi volontari della Croce Rossa di Penne alle prese con un’emergenza che riguarda l’intero territorio, riesce a far scrivere sul brogliaccio del Coc di Penne il suo nome e la richiesta di evacuazione dell’hotel. E se non bastasse, e lui sa che non basta, alle 11.38 dopo mille tentativi, Gabriele riesce a mettersi in contatto con la Prefettura, descrivendo tutto il caos che c’è lassù: le scosse di terremoto e i clienti terrorizzati con le auto in fila davanti al muro di neve, che aspettano di poter fuggire. E Gabriele ripete «mandate un mezzo a liberarci».
I MESSAGGI DALL’HOTEL Via whatsapp, cresce il rumore di quelle voci prigioniere. «Io qua a sta botta ci rimango» scrive agli amici Stefano Feniello alle 14.39. E sulla chat delle amiche Barbara Nobilio, moglie di Piero Di Pietro: «Noi bloccati hotel Gran Sasso, 3 metri di neve. Sto, stiamo solo piangendo non potete capire... da incubo... mai più un’esperienza simile... spero solo che discendiamo vivi davvero».
Alle 14 Valentina Cicioni, che freme per tornare a riabbracciare la sua piccola Gaia, che non riabbraccerà mai più, scrive alla collega Pamela, infermiera al Gemelli di Roma: «Qua sta a fa’ una scossa dietro l’altra, non puoi capi’, non puoi capi’ che paura». E Marina Serraiocco, moglie del poliziotto di Chieti Dino Di Michelangelo, pubblica su Facebook:: «Stiamo proprio sul Gran Sasso. Non si può raccontare quello che si prova».
PROVINCIA ALLERTATA E intanto partono le mail anche alla Provincia, mentre la sorella di Del Rosso a Pescara per due volte va a parlare con il presidente Di Marco. Poco dopo le 14, quando riesce a incontrarlo, gli mostra il messaggio del fratello, che dice: «Ditemi la verità perché i clienti non possono essere presi in giro… Qualcuno ha già avuto attacchi di panico. Il fenomeno terremoto potrebbe causare che i clienti vogliono stare in macchina. Ma fino a quando????» chiede Roberto che poi, esasperato già dall'incubo di due anni prima, sbotta: «Se non ho risposte chiare da parte delle istituzioni e da chi ha la responsabilità di fornire risposte… A tempo dovuto seguiranno le dovute denunce. Da questa mattina siamo isolati telefonicamente!!!! Ci sono i bambini».
GLI ORFANI DI RIGOPIANO Sono i quattro bambini, che si salvano tutti, anche se due di loro non rivedranno più i genitori come gli altri orfani di Rigopiano, nove in tutto. Oltre agli altri sei che sotto la valanga hanno perso la mamma o il papà.
«NESSUNO CI DÀ RETTA» E alla fine, sì, aveva ragione Marinella, la responsabile della spa, quando intorno alle 14 scriveva alla sorella: «Abbiamo chiuso la spa, siamo tutti sopra, mi vado a cambiare ora che le persone se ne vogliono andare. Stanno ricaricando le valigie e aspettano che ci vengono a liberare. Ma non lo sanno che tanto non ci vengono. Stiamo chiamando, ma nessuno ci dà retta».
LA MAMMA DEI CRETINI Ma la beffa è che neanche dopo la valanga, neanche dopo la morte e il silenzio, nessuno dà retta ai prigionieri di Rigopiano. Lo hanno raccontato stravolti i due, degli undici sopravvissuti, che quando arriva la valanga si trovano fuori dal resort. Sono Fabio Salzetta e Giampiero Parete che iniziano a chiamare e a chiedere aiuto pochi minuti dopo le 17. Ma le linee sono intasate, è un caos, e Parete chiama il suo datore di lavoro che prende a tempestare carabinieri, 118, prefettura. E proprio lì, dalla prefettura, la stessa prefettura contattata da D’Angelo quella mattina, arriva la risposta delle risposte: «La mamma dei cretini è sempre incinta». E non gli credono di nuovo. Devono passare altre due ore prima che l’Abruzzo, e poi l’Italia, all'ora di cena inizino ad accorgersi di quel disastro dai titoli che scorrono nei sottopancia dei telegiornali.
IL DEPISTAGGIO A Rigopiano i primi soccorritori riescono ad arrivare la mattina dopo, quando si scopre che non c’è rimasto più niente, mentre qualcuno, a Pescara, si affretta a far sparire le prove della telefonata di D’Angelo in prefettura. Ma si scopre, sì, dopo un po’ di mesi di scopre, e accanto all’inchiesta per i 29 morti si apre pure un altro filone, quello per depistaggio. Perché alla fine, Rigopiano è una storia tutta italiana. Un disastro, tutto italiano. E a proposito di storie italiane, a 5 di quei ragazzi morti facendo, loro sì, il proprio dovere, l’Inail non ha riconosciuto la morte sul luogo di lavoro. Morti gratis, anzi no: alle famiglie un assegno di 2mila euro.

