Rigopiano, ecco perché Muriana è stato scagionato

La procura: le accuse ai carabinieri forestali dovute alla mancanza di serenità
PESCARA. Per spiegare il perché della richiesta di archiviazione nei confronti dell'ex capo della squadra mobile di Pescara, Pierfrancesco Muriana, sotto inchiesta per calunnia e depistaggio, dopo la denuncia di uno dei carabinieri forestali (Michele Brunozzi) accusati ingiustamente dallo stesso Muriana di falso nell'ambito delle indagini sulla tragedia di Rigopiano, la procura di Pescara ha speso dodici pagine.
Ma ha utilizzato principalmente due punti per dimostrare l'assenza di dolo da parte del dirigente della polizia di Stato: l'archiviazione proprio delle posizioni dei tre militari chiamati in causa, e passi dell'interrogatorio dello stesso Muriana dove emergono i reali motivi di quel suo comportamento, dettato da uno stato personale molto precario.
Motivazioni che i magistrati che hanno stilato la richiesta (l'attuale procuratore Anna Rita Mantini e il sostituto Luca Sciarretta, con la controfirma dell'ex procuratore Massimiliano Serpi) sintetizzano così: «L'indagato ha ammesso che nel tempo le sue convinzioni si erano così radicate da aver perso lucidità, quasi che l'autore dell'esposto fosse un'altra persona rispetto al Muriana da tutti conosciuto».
«Sintomo della mancanza di serenità dell'indagato, del resto, è anche la circostanza», aggiungono in chiusura i magistrati, «riferita sempre dal Muriana, che l'ultima parte dell'esposto sarebbe stata scritta dallo stesso alle prime ore della mattina del 21 novembre 2019, dopo una notte insonne in preda agli incubi». Insomma, l'attuale dirigente della mobile di Manfredonia, non era nelle condizioni di comprendere appieno quello che stava facendo contro i colleghi carabinieri forestali che comunque finirono sotto inchiesta e oggetto di perquisizioni addirittura dentro la loro caserma.
E, a sostegno di questa tesi, i magistrati fanno riferimento ai dati medico legali di «seria sofferenza psichica di Muriana, attestati dall'ospedale di Chieti», dove venne ricoverato dopo il tentativo di suicidio messo in atto con il gas di scarico dell'autovettura proprio lo stesso giorno in cui avrebbe dovuto essere interrogato per l'inchiesta sulla calunnia che lo coinvolgeva.
E dal quadro clinico del paziente, secondo la procura, «emerge, a partire proprio dall'autunno del 2019, un'angoscia sempre crescente di Muriana per problematiche lavorative e le sue insistenti preoccupazioni che esse avrebbero potuto "macchiare" il proprio onore. Peraltro già nel 2017 è attestato il ricorso a una terapia psicoterapica per sostegno in una situazione di disagio familiare».
E Muriana avrebbe descritto nel suo interrogatorio «con precisione e dovizia di particolari, tutti gli accadimenti e le circostanze che lo hanno portato a maturare, nella sua psiche, le convinzioni poi trasposte nella segnalazione di fatti penalmente rilevanti depositata il 21 novembre 2019».
Secondo quanto sostengono i pm, Muriana «era intimamente persuaso che l'agire dei colleghi forestali, nella dinamica della trasmissione dell'atto dell'agente Crosta (si parla di una informativa che Muriana girò ai forestali e che questi ultimi inviarono dopo mesi alla procura, convinti che lo avesse fatto prima lo stesso Muriana che era delegato ad accertare quegli specifici atti che riguardavano le richieste di aiuto del cameriere Gabriele D'Angelo», una delle 29 vittime di Rigopiano, «fosse già indice di una volontà di obliterare un elemento "reale" per offuscare la propria integrità professionale».
Circostanze dalle quali, secondo la procura, «si evidenzia la sua ossessiva persuasione di essere vittima di un percorso di accuse calunniose e di essere alla ricerca "della verità" che prima o poi sarebbe emersa». Tutto nasceva da quella informativa che secondo Muriana sarebbe stata «alterata» dai carabinieri forestali, cosa sconfessata da una consulenza tecnica che «portava a conclusioni dirimenti», scrivono i magistrati, «perché è emerso che gli allegati all’informativa trasmessa in procura, nonché le stesse informative conservate negli uffici della mobile, non presentavano, di regola, l'effige del timbro che Muriana sostiene possa essere stato volontariamente eliminato».
Atto che, afferma la procura, venne peraltro «ri-sottoposto in visione, ex novo, il 30 novembre 2019 dai difensori del Lacchetta e del Colangeli, presso i quali egli si era già recato in pregresso a rendere dichiarazioni» per una indagine difensiva.
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