Rigopiano, i parenti dei 29 morti «La giustizia? Noi ci crediamo»

All’Aquila si chiude il processo bis per la strage nel resort. I familiari: «No alle assoluzioni»
PENNE. Paura, terrore, ansia e stanchezza. E poi voglia di verità, determinazione e speranze. Sono tanti e contrastanti i sentimenti che accompagnano i parenti delle vittime della tragedia Rigopiano verso la sentenza di secondo grado che la Corte d'Appello dell'Aquila pronuncerà domani.
«Mi aspetto il ribaltone. Spero che la chiamata di mio fratello Gabriele porti alle condanne di Prefetto e Prefettura», dice senza giri di parole Francesco D'Angelo, fratello gemello di Gabriele, cameriere tuttofare morto nella tragedia di 7 anni fa. «Ad oggi sono senza emozioni però - prosegue D'Angelo - mi sono state tolte alla prima udienza, quando il giudice ha pronunciato "il fatto non sussiste". Anche per domani il mio timore è questo».
«Siamo arrivati alla resa dei conti», dice invece il poliziotto Alessandro Di Michelangelo, che nella tragedia del 18 gennaio 2017 ha perso il fratello Dino, anche lui poliziotto, morto insieme alla moglie Marina Serraiocco ed altre 27 persone tra ospiti e dipendenti del resort. «Gli umori e le sensazioni sono le stesse di quelle che avevamo un minuto prima della sentenza di primo grado. All'epoca ci aspettavamo di ottenere qualcosa in più. La speranza che c'era allora c'è comunque anche oggi. La verità che ci è stata data nella prima sentenza è priva di tante risposte. La Procura a mio avviso ha svolto un lavoro straordinario. Ho comunque fiducia nell'apparato giudiziario e sono convinto che questa volta si riuscirà a dimostrare quanto è successo e non a trovare un semplice capro espiatorio. Qualcuno dovrà fare i conti con la propria coscienza. Persone in macchina pronte a scappare non sono state aiutate a tornare dai propri cari. Non è possibile che nel 2017 non si sia riusciti a creare alle persone almeno uno spazio, anche piedi, per andare via. Noi familiari abbiamo la necessità di chiudere un cerchio per trovare la pace interiore e per far sì che le morti dei nostri cari non siano vane», conclude Di Michelangelo.
«Da una parte c'è la mamma ferita e delusa che teme un'altra pugnalata, dall'altra la cittadina italiana che spera in una riscossa della giustizia e che vorrebbe tanto ritornare a dire "sono italiana", con la fierezza e l'orgoglio di una volta», questo lo stato d'animo di Paola Ferretti, la madre di Emanuele Bonifazi, receptionist del resort Rigopiano ed una delle 29 vittime, alla vigilia dell'udienza di secondo grado.
«Lo scorso anno ho affrontato il giorno della sentenza con uno stato d'animo molto diverso rispetto a quello di adesso, perché ero convinta che sarebbero stati puniti tutti i responsabili della morte di mio figlio e delle altre vittime», continua, «purtroppo così non è stato, anzi la sentenza di primo grado mi ha devastata, spingendomi nel baratro della sfiducia nella magistratura. Ho impiegato mesi per riprendermi da quella terribile delusione. L'immenso dolore per la perdita di un figlio, di una parte di me, mi ha dato la scossa per ritrovare la determinazione e proseguire nella battaglia per la giustizia. Ma sono spaventata, anzi terrorizzata all'idea di dover ascoltare la sentenza di domani. Spero però con tutta me stessa che questa volta emergano il coraggio, la forza di dire basta, la volontà di lasciare un segno positivo tra le pagine giuridiche di questa nostra Italia devastata dalle tragedie che si potrebbero e si dovrebbero evitare», chiosa signora di Paola Ferretti.
Sentimenti contrastanti, paure ed angosce che vivono da 7 anni anche nei pensieri di Gianluca Tanda, che nella tragedia ha perso il fratello Marco. «Ci sono pensieri contrastanti che mutano nei momenti della giornata», commenta, «ma una cosa è certa: domani ci giochiamo il tutto per tutto. Dopo la batosta della prima sentenza non vogliamo fare pronostici. Non possiamo ridurre il tutto ad una colpa di pochi perché, se finisse in questo modo, perderebbe la giustizia. Non siamo mancati mai a nessuna udienza», sottolinea Tanda, «credendo nella giustizia e nelle istituzioni e non mancheremo nemmeno domani all’Aquila. In questi anni abbiamo sofferto moralmente e fisicamente. E oggi abbiamo bisogno di chiudere un cerchio anche se i nostri cari non torneranno più», conclude Gianluca.
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