Rigopiano, nuovi whatsApp in Procura

Li ha depositati la sorella di Roberto Del Rosso: «Kechoud s’impegnò a mostrare le foto a D’Alfonso»
PESCARA. E’ tornata in Procura Rossella Del Rosso, la sorella di Roberto Del Rosso, una delle 29 vittime dell’hotel Rigopiano.
La scorsa settimana l’ex insegnante, che quel maledetto 18 gennaio 2017 andò due volte in Provincia, inviata dal fratello a sollecitare interventi per liberare le 40 persone terrorizzate dalle scosse di terremoto e prigioniere nell’albergo isolato dalla neve, è tornata per la terza volta in Procura a depositare nuovi documenti.
Si tratta di messaggi whatsApp che attestano e completano quanto già testimoniato, e cioè che quel 18 gennaio Rossella Del Rosso si recò in Provincia dopo le 12 e poco dopo le 14, diverse ore prima della valanga. La seconda volta vi incontrò la consigliera provinciale Leila Kechoud la quale, come ricostruisce la stessa Del Rosso, si impegnò a mostrare al governatore D’Alfonso - che alle 15,30 avrebbe presieduto una “riunione straordinaria” proprio in Provincia - le foto dell’hotel, per allarmarlo riguardo alla drammatica situazione che si stava vivendo a Rigopiano. «Un impegno preso con Leila Kechoud alla presenza del presidente Di Marco», sottolinea. Un passaggio importante che Rossella Del Rosso ricostruisce anche per rettificare quanto pubblicato recentemente dal Centro: «Girai le foto dell’hotel alla consigliera provinciale Leila Kechoud che si impegnò ad aggiornarmi sull’esito della riunione con D’Alfonso. Di Marco era presente e perciò ben consapevole della drammatica situazione, ma io presi accordi con la Kechoud», precisa.
E ancora, nel dettaglio: «Quando per la seconda volta mi recai in Provincia, venni ricevuta dal presidente Di Marco, dalla consigliera Kechoud e da una signora presentatami come assessore alla viabilità. Mostrai ai presenti la foto dell’hotel, che mio fratello mi aveva inviato la mattina alle 8,13 e lessi i suoi messaggi. Dopo la scossa delle 14,34, alla presenza sempre dei tre (le signore erano rientrate dopo essere uscite di corsa per il terremoto), chiesi cosa dovessi scrivere a Roberto e digitai ad alta voce che era stata reperita una turbina ad Avezzano e che il presidente era d’accordo con il sindaco di Farindola. A quel punto mio fratello mi rispose che erano tutti in fila, pronti per partire e mi inviò a riprova la foto che mostrai ai presenti. Il presidente Di Marco vide le due foto così come le presentai.
A quel punto la Kechoud mi informò della “riunione straordinaria” delle 15,30 presieduta da D’Alfonso. Capii l’opportunità e informai Roberto chiedendogli di inviarmi tutte le foto che la Kechoud avrebbe mostrato a D’Alfonso. Registrai il numero della consigliera e poco dopo le girai le foto. Quindi non fu Di Marco a impegnarsi nei miei confronti. Né il colloquio a proposito del Core si svolse tra me e il presidente, ma piuttosto tra me e la Kechoud. Altra precisazione importante: chiesi alla consigliera se fosse il caso che andassi a parlare personalmente con D’Alfonso. Mi rispose laconicamente: “Ti aggiorno come promesso”. Alle 18,06, a tragedia avvenuta, mi scrisse che la turbina non sarebbe arrivata prima delle 21».
«Ciò che ancora mi commuove profondamente», conclude Rossella Del Rosso, «è l’illusione che mio fratello sia morto nella speranza che qualcosa si sarebbe fatto per andarli a liberare. Almeno questo, prima della fine».
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