Rigopiano, oggi l’udienza sul depistaggio: la difesa dei funzionari prefettizi

Il processo all’Aquila: dopo Provolo, tocca a tre funzionari e a due vice La Procura chiede le condanne per la telefonata sparita di D’Angelo
L’AQUILA. Questa mattina ultima udienza dibattimentale davanti ai giudici della Corte d’Appello dell’Aquila per il processo a carico dei presunti responsabili della tragedia di Rigopiano: per quel disastro che, il 18 gennaio del 2017, costò la vita a 29 persone rimaste sotto le macerie dell'hotel spazzato via da una valanga. Lo sciopero delle Camere penali (programmato per tre giorni dal 7 al 9 febbraio prossimi) ha costretto la Corte ad accorpare all’udienza di oggi anche quella programmata per il 7 febbraio, fissando il 14 febbraio quale data per la lettura della sentenza (prima stabilita per il 9 febbraio).
Una udienza che sarà interamente dedicata al depistaggio: un procedimento che viaggiava in maniera autonoma e che poi il gup decise di riunire al processo madre sul disastro. Il depistaggio viene contestato dalla procura (rappresentata anche in questo processo dai pm Anna Benigni e Andrea Papalia) ai prefettizi con in testa l’ex prefetto Francesco Provolo la cui posizione, insieme a quella della dirigente Ida De Cesaris, è stata già discussa nell’udienza del 24 gennaio scorso. Adesso restano da discutere le posizioni dei due vice prefetti, Salvatore Angieri (difeso da Vincenzo Di Girolamo ed Ester Molinaro) e Sergio Mazzia (assistito da Giancarlo Ursitti); dei funzionari Giancarlo Verzella (Di Girolamo) Giulia Pontrandolfo (difesa da Gianluigi Tucci e Giampiero Castrataro) e Daniela Acquaviva (difesa da Giacomo Di Francesco e Manuel Sciolè). Va subito ricordato che tutti gli imputati di oggi (appellati), in primo grado sono stati assolti dal gup Gianluca Sarandrea che giudicò tutti i 30 coinvolti nella vicenda processuale (in rappresentanza della Regione Abruzzo, della Provincia, del Comune di Farindola, della Prefettura e della struttura alberghiera) con rito abbreviato, mandando assolti 25 imputati e condannando solo tre imputati per reati legati al disastro (altri due per questioni connesse alla sicurezza dell’hotel).
Ma la procura, che in primo grado aveva chiesto 151 anni complessivi di reclusione per 26 imputati, nel suo ricorso in appello è tornata a chiedere la condanna anche per cinque dei prefettizi (con l’esclusione di Mazzia e Angieri) accusati del depistaggio. E lo stesso ha fatto il ministero della Giustizia che reclama il risarcimento del danno prodotto dal comportamento dei prefettizi e una provvisionale di 100 mila euro. Al centro del reato contestato, la telefonata “nascosta” del cameriere del resort Gabriele D’Angelo (deceduto sotto le macerie) che il mattino del 18 gennaio, qualche ora prima del disastro, aveva chiesto aiuto telefonando alla Prefettura per far liberare l’unica strada di accesso e di fuga dell'hotel che impediva agli ospiti di lasciare la struttura. Una «telefonata troppo scomoda», scrive il Ministero, da far trapelare. E su quell'appunto scomparso e mai riferito dai prefettizi alla squadra mobile che indagava per conto della procura, si incentra l'attenzione del Ministero. «È certo che un appunto con la telefonata di D’Angelo esisteva, per pacifica ammissione di tutte le persone sentite. Poiché l’appunto non è stato reperito in Prefettura dagli investigatori, si desume che è stato soppresso dolosamente, non essendo ipotizzabile che fu smarrito o gettato via perché considerato irrilevante. Il tentativo di taluni imputati di sviare le indagini, dichiarando che, in quel caos generale, gli “appunti volanti” delle chiamate ricevute venivano cestinati, è totalmente incredibile».

