Rigopiano quattro anni dopo «Ora giustizia nel loro nome»

17 Gennaio 2021

Le mamme delle 29 giovani vittime: assurdo morire prigionieri per una strada rimasta chiusa

PESCARA. «La natura è stata corretta. La montagna il 18 gennaio di quattro anni fa ha iniziato a urlare di andarsene da quell’albergo alle 10,25, con le scosse di terremoto. Ma nessuno è stato capace di fare niente, non ci hanno neanche provato, a salvarli». È piena di rabbia e dolore Paola Ferretti, maestra elementare, marchigiana di Pioraco. Per lei, come per tante altre mamme che avevano i figli a lavorare all’hotel Rigopiano ricorrono due anniversari: quello della valanga e quello dell’ultimo abbraccio, pochi giorni prima. Un saluto diverso dagli altri, perché con quel tempo da lupi che c’era in Abruzzo a metà gennaio di quattro anni fa, la preoccupazione delle famiglie era tanta. Ognuno, a suo modo, nei giorni precedenti alla valanga, cercò di convincere il figlio a non andare. Paola con Emanuele, Angela con Cecilia, Mariangela con Ilaria e così tutti gli altri. Ma nessuno dei ragazzi di Rigopiano venne meno al proprio dovere. Anzi, ci fu chi scambiò il turno, consapevole che gli altri non sarebbero riusciti a raggiungere l’albergo il giorno dopo.
«Il 14 gennaio, quando ho seguito con lo sguardo l’auto di Emanuele che usciva dal cancello di casa per raggiungere Rigopiano a più di due ore di viaggio, ho sentito una sensazione strana», confida Paola Ferretti, «come se qualcuno mi staccasse qualcosa da dentro. Per quattro giorni l’amica aveva insistito con lui di non partire, ma la risposta era sempre la stessa, ci sono gli ospiti». Stessa scena ad Atri, più o meno alla stessa ora di quello stesso sabato 14. A casa Martella, Cecilia, estetista del resort, non si ferma di fronte alla neve (tanto che pur non sentendosi di guidare la sua Panda 4x4 chiede al padre di accompagnarla), e neanche di fronte alla preghiera della madre: «Avevo il braccio rotto e non riuscivo a fare niente», ricorda Angela Spezialetti, «e le chiesi di restare a casa ad aiutarmi, che avevo bisogno. Ma lei niente, era stata assunta a tempo indeterminato cinque giorni prima, il 9. Non se ne parla, mi disse, l’hotel è pieno di ospiti. Oggi è il mio rimpianto», dice Angela, «dovevo insistere di più». E Ilaria, di Archi, nel Chietino, chef del resort: anche lei andò a lavorare nonostante le due ore di macchina di distanza e il brutto tempo, quel 14 gennaio. «L’accompagnammo io e mio marito», racconta la mamma, Mariangela Di Giorgio, «ce l’avevamo accompagnata la prima volta, e l’accompagnammo anche l’ultima. Quella mattina cercai di convincerla a non andare, aveva ancora dei giorni di ferie da prendere, ma lei niente, ci sono gli ospiti, devo andare. E dopo che è scesa dalla macchina non l’ho più rivista».
Ecco perché tanta rabbia, oltre al dolore che «ogni anno è sempre peggio», per le mamme e i padri di Rigopiano. Perché i loro figli, i loro figli «sì che hanno fatto il proprio dovere fino alla fine. Invece da quel giorno c’è stato un continuo scaricabarile di chi aveva delle responsabilità, di chi amministrava», tuona Paola Ferretti. «Il mio chiodo fisso è la carta valanghe: se ci fosse stata, come c’è in tutti i posti civili, l’albergo sarebbe stato chiuso. E poi, chi ha deciso di non chiamare gli elicotteri dell’Aeronautica? Fino alla fine, costi quel che costi, voglio giustizia. È il minimo da chiedere per i nostri figli. Finché non ci saranno pene esemplari, c’è chi amministrerà con la stessa superficialità. Ce l’ho ancora il messaggio di mio figlio, verso le 15 di quel mercoledì, “un pezzo grosso della Provincia ha detto che per oggi non se ne parla”. Così mi scrisse. E poi è arrivata la valanga».
«Morire nel 2017 per una strada non pulita è assurdo», dice Mariangela Di Giorgio, «bastava che lo spazzaneve non si fermasse alle 18 del giorno prima. È gravissimo, ma dopo quattro anni il dolore è tuo, la gente dimentica». «Gli avevano assicurato la pulizia della strada h24», ribadisce Angela Spezialetti, «e loro, dipendenti e ospiti, si sono fidati. E invece sono stati sequestrati, perché la strada è rimasta bloccata. E nessuno è andato a salvarli. Nè prima, nè dopo, neanche con l’elicottero che poteva andare. No», ripete Angela, «non ci sono attenuanti, li potevano salvare e non l’hanno fatto e io è il quarto anno che sto senza Cecilia. Ce l’ho nelle foto, sulle magliette, ma Cecilia a casa non c’è e manca come l’aria. Certe volte ancora penso, ecco sta tornando. Ma non torna più. E io il suo profumo preferito, quello di Chanel, glielo vado a spruzzare sui fiori al cimitero». Così per 29 famiglie, quante sono state le vittime di un cortocircuito che ha fatto saltare, o ha scoperto, le falle di un intero sistema. Per questo aspetto c’è un processo in corso, ma intanto resta il vuoto. Di cose grandi, ma anche piccole. Come quelle che racconta Gina Tinari, mamma di Jessica, che da Vasto, con il fidanzato Marco Tanda, era andata al resort di Rigopiano a festeggiare in anticipo il loro nono anniversario. E sono morti entrambi. «Jessica cantava, cantava in bagno, cantava sempre; aveva un’intera collezione di Barbie, era femminile in tutto fin da piccola, aveva studiato come estetista e doveva cominciare a lavorare. A 24 anni stava vivendo tutte le cose belle di quell’età», mormora Gina, «è nata quando avevo 34 anni, la nostra unica figlia, avevamo solo lei, l’amore più grande della nostra vita. È un vuoto troppo grande. Andiamo avanti, ma sono morta dentro, siamo morti dentro». E domani, a Rigopiano, Gina non ci sarà: «Ho un piede fratturato non posso, ma andare lì mi fa troppo male».
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