Rigopiano, sei anni dopo «Verità per le 29 vittime»

Oggi si torna in udienza: la parola passa alla difesa dei trenta imputati
PESCARA. Sarà un anniversario, il sesto, molto particolare, quello di oggi, per i familiari delle 29 vittime del disastro di Rigopiano dove, il 18 gennaio del 2017 una valanga distrusse l’hotel di Farindola spezzando 29 vite. Oggi, un mercoledì proprio come sei anni fa, si torna in aula con questo ricordo forte e doloroso che coincide con l’avvio delle arringhe difensive degli avvocati dei 30 imputati (29 persone fisiche e una giuridica che è la società Gran Sasso Resort). Avvocati che cercheranno di mettere sul piatto della bilancia, davanti al gup Gianluca Sarandrea che sta giudicando tutti gli imputati con il rito abbreviato, ogni elemento utile per contrastare la requisitoria della pubblica accusa (procuratore capo Giuseppe Bellelli, sostituti Andrea Papalia e Anna Benigni) che ha chiesto 151 anni complessivi di condanna per 26 degli imputati (la più pesante per l’ex prefetto Francesco Provolo a 12 anni) e quattro assoluzioni (quelle dei due vice prefetti Salvatore Angieri e Sergio Mazzia, quella del dirigente regionale Antonio Sorgi e di Paolo Del Rosso, uno dei vecchi proprietari della struttura).
UDIENZA E RICORDO Oggi, nel giorno del ricordo delle vittime – l’hotel Rigopiano fu raso al suolo da una valanga dalla forza di 120mila tonnellate di neve, alberi sradicati e rocce – , si può dire che sarà la giornata forse più tranquilla perché la discussione riguarderà la posizione della società Gran Sasso Resort (avvocato Massimo Galasso) e del gestore Bruno Di Tommaso: due posizioni che si potrebbero definire anche sovrapponibili. Prevista la difesa del tecnico Andrea Marrone (avvocati Ugo Di Silvestre e Federico Bianchi), i cui legali sono stati i primi a depositare proprio ieri al giudice una memoria che cristallizza la posizione del loro assistito. E sempre per oggi è previsto l’intervento del difensore di Paolo Del Rosso (avvocato Liborio Romito) e quello di Sergio Mazzia (avvocato Gianluca Ursitti), oltre a quella del tecnico Giuseppe Gatto (difeso da Vincenzo Di Censo). Ma l’intervento più delicato è forse quello programmato come primo della giornata: quello dell’avvocato Arturo Messere in difesa di Leonardo Bianco, prefettizio e con un ruolo specifico sulla protezione civile.
DOMANI TOCCA A LACCHETTA Domani, invece, l’intera udienza sarà occupata dai tre difensori del sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e del funzionario comunale Enrico Colangeli (difesi da Cristiana Valentini, Goffredo Tatozzi e Massimo Manieri). I tre legali, che hanno previsto anche delle proiezioni in aula di materiale utile a chiarire le posizioni dei loro assistiti (per i quali la procura ha chiesto una delle pene più alte, 11 anni e 4 mesi di reclusione ciascuno), hanno condotto lunghe e laboriose investigazioni difensive, toccando un po' tutti gli aspetti della complessa vicenda e depositando in udienza una montagna di carte che dovranno essere sviscerate.
SUPERPERIZIA Ma il punto centrale del processo resta comunque uno: il risultato della superperizia disposta dal giudice, per dirimere le opposte conclusioni cui sono giunti gli esperti della procura da un lato, e quelli del collegio difensivo dall’altro. I nodi cruciali si potrebbero riassumere in tre punti: il primo riguarda la possibile concausa del terremoto che colpì quella zona la mattina del 18 gennaio; il secondo, che quella zona doveva essere di rischio rosso per l’alta pericolosità valanghiva; il terzo, che quell’unica strada che portava all’hotel doveva essere tenuta sgombra, e non diventare una trappola mortale per ospiti e dipendenti della struttura.
GLI ESPERTI «La zona dell’albergo», hanno detto i quattro esperti del gup (Daniele Bocchiola, Claudio Di Prisco, Marco Di Prisco e Giovanni Menduni) doveva essere considerata blu, se non addirittura rossa, e comunque degna di attenzione da parte degli enti sotto il profilo del rischio valanghe». Ma gli stessi esperti hanno anche aperto uno spiraglio per il collegio difensivo, quando hanno indirettamente introdotto il tema del ragionevole dubbio, importantissimo in una causa penale, sulle cause dell’innesco della valanga, che potrebbe tradursi come un lasciapassare per molti degli imputati.
I periti hanno infatti concluso che all’atto del sisma non si è verificata nessuna valanga, ma hanno anche aggiunto che a distanza di due ore può verificarsi un accumulo di tensione sul manto nevoso e quindi «si possono avere più piani di frattura che si propagano: per cui ci può essere una rottura posticipata anche di ore».
STRADA TRAPPOLA Il terzo punto scottante è quello che riguarda l’impraticabilità della strada che conduceva all'hotel. «Indipendentemente dal fenomeno sismico o valanghivo», hanno riferito ancora i periti in aula, «in quella posizione, per provvedere a una qualsiasi urgenza, per procurarsi un farmaco o per un banale problema tecnico, prudenza avrebbe voluto che fossero stati approntati mezzi per tenere sgombra la strada. Operare con continuità avrebbe mantenuto la strada libera. In caso di necessità bisognava subito chiedere aiuto anche all’Anas. A nostro parere, l’esercizio dell’hotel era che quella strada dovesse essere sgombra perché quell'hotel presentava un carattere di vulnerabilità molto elevato».
RUOLO DELLA PROVINCIA E qui si innesca la delicata posizione del dirigente provinciale dell’epoca, Paolo D’Incecco, e dei suoi collaboratori: posizioni che dovrebbero essere trattate il 25 gennaio dagli avvocati Gianfranco Iadecola e Marco Spagnuolo e dai colleghi Placido Pelliccia e Fiorenzo Cieri.

