Rigopiano, si riapre il caso: undici udienze in appello L’accusa: no alle assoluzioni

Domani prende il via il giudizio di secondo grado, sentenza prevista il 9 febbraio Il ricorso della Procura: «Rischio valanghe ignorato, stare lì era pericoloso»
PESCARA. Si apre domani all’Aquila il processo d’appello per il disastro di Rigopiano. Sulla montagna di Farindola, il 18 gennaio del 2017, persero la vita 29 persone intrappolate nel crollo dell’hotel spazzato via da una valanga. L’obiettivo della procura di Pescara è quello di ribaltare la sentenza di primo grado firmata dal gup Gianluca Sarandrea: a Pescara, per i 30 imputati giudicati con il rito abbreviato, ci sono state 25 assoluzioni e tre condanne per il disastro: quelle di Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio (della Provincia, che hanno avuto 3 anni e 4 mesi ciascuno) e quella del sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, condannato a 2 anni e 8 mesi (le altre due condanne riguardano abusi edilizi della struttura, riconosciute in capo al gestore Bruno Di Tommaso e al tecnico Giuseppe Gatto). La procura aveva chiesto invece 26 condanne per un totale di 151 anni di reclusione.
UNDICI UDIENZE Adesso l’attenzione si sposta dunque sui giudici della Corte d’Appello aquilana, chiamati ad esaminare quello che è il processo forse più importante degli ultimi anni, che ha coinvolto rappresentanti di Regione Abruzzo, Provincia, Comune di Farindola, Prefettura e persino la gestione dell’hotel. Ad aprire l’udienza di domani (la prima di 11 che vedrà la lettura della sentenza fissata al 9 febbraio prossimo) sarà il presidente della Corte, Aldo Manfredi, che sintetizzerà la relazione sui fatti di cui si andrà a discutere. Poi la parola passerà alla pubblica accusa e in particolare ai pm Anna Benigni e Andrea Papalia che, per l’occasione, sono stati applicati all’Aquila per discutere questo complesso procedimento che i magistrati hanno compendiato in 300 pagine di ricorso che domani illustreranno alla Corte.
L’ACCUSA DEI PM «Nessuna delle persone presenti nell’hotel», scrivono i pm, «poteva immaginare quanto fosse rischioso entrare in quella struttura con la perturbazione a carattere nevoso in atto perché, esattamente come ogni consociato nelle sue attività quotidiane si affida alla condotta prudente e responsabile degli altri, allo stesso modo nessuna delle vittime poteva immaginare che quell’hotel non avrebbe dovuto essere costruito in quel luogo così esposto al rischio valanghe, che vi erano state delle gravi violazioni e che altre, nei giorni successivi, se ne sarebbero verificate». Già in queste poche battute della premessa del ricorso si concentrano tutti i temi che verranno poi approfonditi nel corso della discussione: dalla mancata realizzazione della carta valanghe, alla gestione dell’emergenza, alla mancata pulizia della strada (unica strada di accesso e di fuga), per arrivare alle presunte responsabilità della Prefettura in capo al disastro e al depistaggio che ne fece seguito. «Un disastro come quello di Rigopiano non avrebbe potuto verificarsi se non con il concorso di colpose omissioni da parte di più enti». Questo il tema centrale dell’accusa che contesta in pieno la sentenza di primo grado in particolare sul delitto di disastro, «fondato esclusivamente sul giudizio dei periti nominati d’ufficio che hanno affermato che la valanga non fosse prevedibile e, pertanto, non addebitabile alle condotte omissive degli imputati ai quali era contestata tale specifica ipotesi delittuosa».
SENTENZA CONTESTATA Una sentenza che ha escluso responsabilità umane per il disastro, riconoscendo solamente responsabilità in capo al sindaco Lacchetta e ai due provinciali, per «non aver impedito con le proprie condotte omissive, l’isolamento dell’hotel Rigopiano durante l’emergenza neve dei giorni 17 e 18 gennaio 2017, isolamento che aveva impedito di abbandonare la struttura alle persone presenti».
«AGENTE MODELLO» E qui si innesca quello che è stato il tema centrale della requisitoria del procuratore Giuseppe Bellelli nel processo di primo grado quando, con il suo intervento, ha parlato dell’«agente modello». «Le assoluzioni sono conseguenza dell’errato parametro di giudizio applicato in sentenza per valutare le azioni o le omissioni degli imputati, giudicate sulla base di quello che è l’agire disattento, burocratico, superficiale o, addirittura, sciatto di un agente medio, che viene evidentemente preso come riferimento, e non di quello che, invece, dovrebbe essere l’agente modello: un sindaco, un amministratore locale, un prefetto, un appartenente all’apparato statale attento alla tutela della collettività sottoposta alla guida dell’istituzione che rappresenta». Per l’accusa non si può dunque «negare alla radice il senso dell’organizzazione pubblica ai vari livelli»: non ci possono essere ruoli formali, ma «ruoli e funzioni individuati con lo specifico fine di regolare la vita collettiva in un’ottica di garanzia della migliore efficienza dell'agire individuale e di sicurezza dei consociati di fronte ai problemi e ai pericoli inevitabilmente connessi alla vita dell'uomo, ivi compresi quelli provenienti da fonti naturali, il territorio, gli agenti atmosferici, le calamità, rispetto ai quali il singolo individuo è del tutto disarmato». Questo sarà, con ogni probabilità, il fulcro dell’intervento dell’accusa domani: per il resto i particolari tecnici di ogni singola posizione sono stati esplicitati nel ricorso e verranno sintetizzati al massimo dai pm, in relazione ad ogni capo di imputazione. Quello che preme all’accusa è evidenziare soprattutto le conseguenze che una sentenza come quella appellata comporterebbe se venisse confermata. Le conseguenze di impunità per amministratori che, secondo l’accusa, hanno compiuto gravi omissioni. E in tutta questa analitica disamina dei fatti, avrà comunque un grosso peso la perizia disposta dal gup e il nesso di causalità tra le omissioni di alcuni degli imputati e gli eventi lesivi contestati: se l’area del canalone sovrastante l’hotel fosse stata inserita nella Carta valanghe, sarebbero state «approntate le prescritte misure di salvaguardia», sottolinea l’accusa, «atte ad impedire il verificarsi di disastri ed eventi dannosi per la pubblica e privata incolumità». E dunque, dopo la costituzione delle parti e la relazione della Corte sui fatti a processo, tutta l’udienza verrà dedicata alla requisitoria della procura generale.
LA DISCUSSIONE Mentre, nel corso dell’udienza del 13 dicembre, ci saranno le conclusioni delle parti civili che non hanno presentato appello e la prima parte della discussione degli imputati appellanti: Bruno Di Tommaso, Mauro Di Blasio, Giuseppe Gatto, con l’inserimento di Antonio Di Marco che chiede solo che l’assoluzione di primo grado con la formula «perché il fatto non costituisce reato», venga sostituita con «il fatto non sussiste».
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