Rispunta la pista del “falso monsignore”

L’incontro a Dragonara, la rivelazione di Goio, l’imprenditore e l’amico: ecco il verbale della Gerardis testimone in Procura
PESCARA. Sembra una spy story, ma non lo è. Un imprenditore, un commissario straordinario e un monsignore che si incontrano poche ore prima della sentenza del processo per la discarica di Bussi, in un hotel dove l’ alto prelato ne rivela, in anticipo, l’esito: «Saranno tutti assolti».
Una storia incredibile. A raccontarla è un personaggio autorevole: un avvocato dello Stato. Il verbale che pubblichiamo fa parte dell’inchiesta penale archiviata sul giudice Camillo Romandini che, in primo grado, presiedeva il collegio che ha assolto tutti gli imputati del processo per la discarica dei veleni di Bussi.
A svelare il singolare retroscena del monsignore è Cristina Gerardis. Sono le 11,19 del 15 luglio 2015 quando l’avvocato dello Stato, all'epoca direttore generale della Regione Abruzzo, comincia a rispondere agli investigatori della Procura di Campobasso.
Investigatori: «Nel maggio 2015 lei ha avuto un colloquio con i pubblici ministeri della procura della Repubblica di Pescara Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli?».
Gerardis: «Sì, lo confermo. L'incontro è avvenuto in Procura. Fui io a chiederlo. Dovevamo parlare del clamore mediatico scoppiato dopo la conclusione del processo della discarica di Bussi sul Tirino. Durante quel colloquio ho esternato ai pm una confidenza che avevo ricevuto telefonicamente, qualche giorno prima, il 16 maggio 2015, dal commissario Adriano Goio».
Che tipo di confidenza? «Goio si confidò dicendomi che il giorno della decisione, il 18 dicembre 2014, mentre era in corso la camera di consiglio, dopo aver pranzato con me aveva incontrato all'hotel Dragonara di San Giovanni Teatino, per motivi di lavoro inerenti il suo incarico di commissario straordinario per la bonifica di Bussi, l'imprenditore Sergio Giancaterino e tale monsignor Ruggieri. Così quest'ultimo gli era stato presentato dall'imprenditore. Nel corso dell'incontro, Goio spiegò a Giancaterino che stava attendendo la sentenza per Bussi, e commentava che avrebbe sperato in una condanna per disastro doloso».
Le rivelazioni del prelato. «Ma in quella circostanza il sedicente monsignore rappresentava a Goio che quella condanna non vi sarebbe stata, aggiungendo che lui si trovava lì da 4, 5 giorni e solo quel giorno aveva accertato “il passaggio che doveva avvenire”. Per cui sarebbero stati tutti assolti. Goio precisò che il monsignore esternò quasi un sorriso sulle labbra in modo da dare certezza a quello che stava dicendo». Subito dopo, il commissario risalì in macchina per tornare in Corte d'Assise a Chieti e assistere alla lettura del dispositivo con le 19 assoluzioni.
Chi altro c’era. «Preciso che a quell'incontro nell’hotel c’era anche il collaboratore di Goio, l’ingegner Mario Dari. Così lui mi disse», prosegue la deposizione della Gerardis.
Sembra una spy story, ma non lo è. «A quel punto chiesi a Goio come mai solo in quel momento mi stava rappresentando quel fatto così grave. E lui mi rispose che non l'aveva fatto prima perché aveva paura per la sua incolumità in quanto, secondo lui, dietro tutta questa vicenda vi erano persone molto potenti. Io chiaramente gli dissi che, in ragione del mio ruolo, non avrei potuto tenere per me la vicenda ma lui mi rispose che avrebbe negato tutto quello che mi aveva appena rivelato».
La morte di Goio. Un anno dopo, nel 2016, Goio muore. «Conosco il commissario e l’ingegner Dari dal 2009 quando ho iniziato con loro una collaborazione per ragioni di lavoro», aveva specificato Gerardis nella sua deposizione: «Posso dire che sono delle persone molto corrette e ligie al proprio dovere. Nei miei riguardi hanno molta stima e atteggiamento protettivo».
Nessuno dei due però le rivelerà l’identità del monsignore. Lo dice lei agli investigatori ai quali mostra anche gli sms scambiati con Goio. .
Anche gli sms. «Li conservo nel mio cellulare», dice alla Pg. «Chi è sto Ruggieri?», si legge in un messaggio inviato a Goio il 18 maggio 2015. E ancora: «Il prete è vecchio o giovane? Sai come si chiama?», chiede ancora la Gerardis il 24 maggio, senza però ottenere risposte. «Ho avuto modo di colloquiare telefonicamente con Goio, dopo gli sms, e gli ho chiesto ulteriori notizie sul monsignore senza riuscire ad avere utili particolari per poterlo individuare».
L’ultimo atto. Sono le 13,33 quando gli ufficiali di polizia giudiziaria dichiarano concluso il verbale. Ma prima che l'avvocato dello Stato apponga la firma su quei 5 fogli, c'è (o ci sarebbe) la soluzione del giallo del monsignore. La Gerardis infatti dichiara: «Sono riuscita ad acquisire delle informazioni sulla zona di Chieti per arrivare a capire chi effettivamente fosse quel sedicente monsignore. E sono risalita al nome di Antonio Ruggeri che ha lavorato per l'amministrazione patrimonio della sede apostolica e non sarebbe un monsignore né un religioso». La spy story finisce qui. Dal punto di vista investigativo, all’epoca, ha persino assunto valore. Anche se due anni dopo i nomi di Giancaterino e Ruggeri ricompaiono in articoli di cronaca giudiziaria quando, in Abruzzo, scattano arresti e avvisi di garanzia appalti e presunte corruzioni. Ma questa è un'altra storia.

