Ristorante chiude dopo 50 anni di successi

12 Febbraio 2022

Montesilvano, stop all’Hostaria vestina. Chiola: tutto iniziò dai miei genitori, operai rimasti senza lavoro

MONTESILVANO. Sognava un futuro da fagottista, ma il destino aveva in serbo altri piani per lui. E così, complice un licenziamento e l'intraprendenza dei suoi genitori, ha abbandonato la musica ed è diventato uno dei ristoratori più apprezzati di Montesilvano. Oggi che, dopo aver tagliato il nastro dei 50 anni di attività, ha deciso di chiudere i battenti della sua Hostaria Vestina, Carlo Chiola, impegnato a rispondere ai tanti messaggi di stima e dispiacere dei clienti, ripercorre il mezzo secolo trascorso nel locale aperto, quasi per caso, lungo il “chilometro lanciato”. È il 1972 quando Roberto Chiola e Elena D’Intino, operai di Collecorvino residenti in città, restano senza lavoro a causa del fallimento della fabbrica e con quattro figli da sfamare, Carlo e le sue tre sorelle. «Il 16 luglio, in occasione della festa della Madonna del Carmelo, patrona del rione», ricorda, «mio padre comprò un cosciotto di pecora, dei coltelli e degli stecchini. Attrezzò un rudimentale braciere in giardino e iniziò a cuocere gli arrosticini. Il vento fece il resto, avvolgendo i devoti con l’odore della carne e spingendoli a fermarsi». La calda accoglienza di quella numerosa famiglia e il passaparola dei giorni successivi fecero il resto. «Fu un successo talmente inatteso che ci colse impreparati», prosegue Chiola. «Con i clienti già seduti, mio padre spesso mi mandava di corsa a comprare le stoviglie da un vicino. Non avendo spazio a disposizione, se non il giardino, iniziammo a rinunciare ad alcune stanze di casa per destinarle al ristorante. Arrivarono i letti a castello e le porte trasformate in tavoli». Da quel momento, il ristorante registra una crescita esponenziale, in particolare negli anni ’80, quando i coperti arrivano a 180 a sera, con 15 dipendenti e un addetto all’ingresso per gestire i clienti che vanno matti anche per i “tajarille e fagioli” e le pappardelle al sugo di carne di mamma Elena.
«Nel nostro ristorante sono passati anche ospiti illustri, come l’onorevole Pierferdinando Casini, i Ricchi e Poveri o Francesco Renga», ricorda, «anche se i ricordi migliori restano quelli dei primi anni, fino alla morte di mia madre nel 1997 e di mio padre nel 2002».
È a quel punto che Carlo rinnova il locale e, con il sostegno della moglie Cinzia, e la collaborazione dei figli Alessandro e Filippo, porta avanti l’attività tra sacrifici e soddisfazioni, fino allo scorso primo febbraio. «Avevo 15 anni e suonavo il fagotto al conservatorio quando è nato il ristorante e ho dovuto abbandonare il sogno di diventare musicista», rivela.
«Per questo ho fatto studiare i miei figli senza incastrarli nel ristorante. Uno è ingegnere aerospaziale, l’altro ha ereditato la mia passione e suona l’oboe. A questo bisogna aggiungere anche la difficoltà dei due anni di Covid. Ma le ragioni della chiusura sono soprattutto legate al raggiungimento dei 50 anni di attività e della pensione, per cui è arrivato il momento di dedicarmi ai miei hobby: musica e modellismo ferroviario». ) (a.l.)