Riti di Pasqua senza fedeli E in chiesa si prega a turno

Il coronavirus stravolge le celebrazioni: i parroci dovranno vigilare sugli ingressi Don Francesco Santuccione: «Le palme a casa saranno benedette da lontano»
PESCARA. Una settimana santa diversa, che condurrà a una Pasqua indimenticabile, per il grande dolore che il coronavirus sta infliggendo al paese e per l’isolamento che la pandemia ha causato in tutta la penisola. Le celebrazioni in chiesa ci saranno ugualmente, anche se senza fedeli, e attraverso la televisione e i social si cercherà di colmare la distanza tra sacerdoti e fedeli.
Da domani, però, con l’inizio della settimana santa, si potrà rientrare nelle chiese, ma non potranno esserci più di 5 fedeli per volta e dovranno rimanere giusto il tempo di fare una preghiera, dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18, fino al giorno di Pasqua. Il via libera è stato comunicato ai sacerdoti dall’arcivescovo Tommaso Valentinetti tenendo conto dei criteri fissati dal ministero dell’Interno e dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana. Qualcuno, il parroco o un suo delegato, dovrà vigilare che in chiesa non si tengano preghiere comuni, ma solo personali e per pochi minuti, rispettando le misure di protezione individuale e le regole sul distanziamento sociale.
Ovviamente servirà l’autocertificazione, per dimostrare che si è usciti per altri motivi e cioè per “esigenze lavorative o per situazione di necessità”, e che la chiesa si trovi lungo il percorso. Di fatto, nulla come in passato. L’obbligo è quello di restare a casa eppure, dice don Francesco Santuccione dalla cattedrale di San Cetteo, «le porte di casa non limitano il Signore. Questo tempo di privazione può servire per trovare l’intimità con il Signore e l’amore tra le persone. E se a Pasqua ci si ritroverà in famiglia, in preghiera, può essere un’occasione di benedizione. D’altronde la famiglia è una piccola chiesa e se poi si è davvero soli, senza nessuno a fianco, bisogna tenere a mente che il Signore comincia a benedire dagli ultimi e poi passa ai primi. Questa pandemia», continua don Francesco, «ci fa capire, forse, che abbiamo bisogno dell'amore di Dio e degli uomini, dopo tutto quello che è accaduto di brutto in questi anni». E se mancheranno alcune tradizioni, come il ramoscello di olivo da riportare a casa dopo la messa, don Francesco rincuora tutti e dice: «Se avete le palme a casa, saranno benedette da lontano. Viviamolo così, questo momento».
Dalla basilica della Madonna dei sette dolori padre Vincenzo Di Marcoberardino non può fare a meno di notare la differenza rispetto al passato, ma «non è detto che non si possa celebrare la Pasqua, anche se diversa. Chi sente un vuoto interiore», sottolinea padre Vincenzo, «può riempirlo con una fede maggiore e con la presenza di Gesù e di Maria. D’altronde, la Pasqua è come Maria ai piedi della croce: vede il figlio che muore e ciò che le resta è un vuoto fisico ma non spirituale. L’aspirazione», conclude, «deve essere quella di far rinascere il Signore nel nostro cuore».
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