Ritorna Schwarzy e viaggia nel tempo per azzerare il futuro

13 Luglio 2015

“Terminator: Genisys” - Il film del regista Alan Taylor ripropone gli storici personaggi contro nuovi nemici

Non c’è di meglio per un film che parla di viaggi temporali, che riportare emotivamente lo spettatore al passato, alle stesse immagini e atmosfere di un altro film che tanti anni prima aveva segnato quello spettatore nella fantasia. È ciò che accade all’inizio di “Terminator: Genisys”, il quinto episodio della saga ideata negli anni ’80 da James Cameron, che ci porta indietro all’antefatto dell’ormai mitico primo capitolo (“Terminator”, 1984), facendo ricominciare la vicenda (che tanti fan conoscono a memoria) da un nuovo, più complesso punto di vista (tecnicamente è un “reboot”, una rifondazione narrativa).

Si tratta di un approccio che dimostra un certo coraggio, in cui la nostalgia riesce spesso a far dimenticare il marketing che sta alla base dell’ennesima ripresa di una saga hollywoodiana. E tanto più l’operazione acquista simpatia dopo una partenza non stratosferica negli incassi americani (la pellicola ha esordito terza nel weekend), in un anno in cui i film con i bei viaggi nel tempo si continuano a fare (vedi “Predestination” segnalato qui accanto), e soprattutto in cui si celebra il trentennale di un’altra saga amatissima sul tema temporale: “Ritorno al futuro”.

Ma intanto questo “ritorno al passato” è ben ricostruito e rappresentato da un regista, Alan Taylor (classe 1965), che ha saputo evocare la nostalgia fin dal folgorante esordio “Palookaville” (1995), con la sua cittadina immaginaria, e poi in serie tv in cui proprio la riproposizione perfetta del “tempo che fu” ha costituito la sfida e il tema centrale, da “Mad Men” al “Trono di spade”.

Ma non sono solo il décor urbano anni ’80 del primo “Terminator”, e la riproposizione dei storici personaggi e cyborg (anche il T-1000 di metallo liquido) a funzionare, quando all’inizio il capo della resistenza umana John Connor (Jason Clarke) spedisce il sergente Kyle Reese (Jay Courtney, “Die Hard”) indietro nel tempo con l'incarico di proteggere Sarah Connor (Emilia Clarke, la Daenerys Targaryen del “Trono di spade”). In questo salto temporale che sembra, inaspettatamente, definitivo, il regista Taylor rinnova subito al meglio le occasioni offerte dallo stereotipo dell’”inseguimento”, con una serie di variazioni tutte ad alta dose adrenalinica (come nella corsa del T-1000, interpretato dalla star coreana Lee-Byung-hun, dietro il furgoncino di Sarah Connor).

E poi naturalmente costituisce un richiamo quasi irresistibile il ritorno di Arnold Schwarzenegger in pelle e ossa (ma anche in ferri e fili) nei panni del cyborg-icona (ha debuttato nel ruolo 31 anni fa per poi tornare a interpretarlo in “Terminator 2 - Il giorno del giudizio”, 1991, e in “Terminator 3 - Le macchine ribelli”, 2003). Schwarzy ironizza su se stesso (“Sono vecchio, ma non obsoleto”, ripete) e si ritroverà anche a lottare contro una sua versione più giovane. La principale novità di sceneggiatura consiste invece nel fatto che, quando il sergente Reese arriva nel 1984, un evento inaspettato crea una frattura nella linea temporale.

Si troverà in una nuova e sconosciuta versione del passato, dove si imbatterà in improbabili alleati, tra cui il Guardiano (Schwarzenegger), nuovi pericolosi nemici, e una nuova missione inaspettata: azzerare il futuro. “Terminator: Genisys” fa dunque uso dell’ex Governatore della California come elemento ponte per catturare il pubblico di nostalgici e reintrodurli in quello che dovrebbe essere l’inizio di una nuova trilogia (ma lo si diceva anche di “Terminator: Salvation”, ambientato nel futuro e subito abortito).

Il tema rimane quello di sempre: l’autodeterminazione contro un destino apparentemente già scritto. Ma qui, a differenza che in passato, Sarah ha la convinzione di poter cambiare le cose, perché sa che la sua stessa vita è stata stravolta. Un conforto di cui non godeva la disperata versione interpretata da un’indimenticabile Linda Hamilton, che sull’orlo della follia incideva a coltellate su un tavolaccio la scritta “No Fate”, ossia “nessun destino”, prima di affrontare l’ultima battaglia contro il T-1000.

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