Riunione fantasma, in aula tra nove mesi

D’Alfonso e 4 ex assessori: processo per falso. Il giudice dà ragione al pm, ma niente intercettazioni
PESCARA. Finisce in parità la battaglia di eccezioni preliminari aperta tra accusa e difesa nel processo a carico dell’ex governatore Luciano D’Alfonso, quattro ex assessori regionali (Dino Pepe, Marinella Sclocco, Donato Di Matteo e Silvio Paolucci), il segretario della presidenza, Claudio Ruffini, e il capo di gabinetto, Fabrizio Bernardini: tutti accusati di falso per aver fatto figurare presente, nella riunione di giunta del 3 giugno 2018, il presidente D’Alfonso che invece, secondo l’accusa, in quel momento si trovava altrove. Una riunione che non aveva ad oggetto una delibera per lavori da appaltare o similari, ma che costituiva soltanto la fase preparatoria ai lavori al Parco Villa delle Rose di Lanciano (ex ippodromo). Nella prima udienza il collegio difensivo aveva chiesto la nullità del rinvio a giudizio, perché il pm Andrea Di Giovanni svolse un supplemento di indagini dopo aver emesso l’avviso di conclusione delle stesse, e dopo aver interrogato D’Alfonso che ne aveva fatto richiesta. Per le difese era necessario un nuovo avviso di conclusioni delle indagini.
Ma il giudice ieri, sciogliendo la riserva, ha rigettato l’eccezione, dando ragione alla procura in quanto quegli atti «non possono ritenersi frutto di autonoma iniziativa dell’inquirente, il quale ha evidentemente recepito i temi di indagine dalle sollecitazioni dell’indagato». Semmai, precisa il giudice Scalera, si poteva parlare di inutilizzabilità degli atti di indagini in questione, ma anche in questo caso la procura avrebbe agito seguendo la norma che consente al pm di depositare gli atti anche nell'udienza preliminare. Tanto è vero che il gup concesse alle parti un congruo tempo per poter esaminare la documentazione in questione. Invece, ieri mattina, il giudice ha rigettato il tentativo del pm di far entrare di nuovo nel processo le trascrizioni delle intercettazioni di Ruffini (nate da un diverso procedimento aquilano che poi diede origine allo stralcio finito a Pescara) che il gup pescarese Sarandrea aveva già escluso con una precisa motivazione. Di Giovanni ha cercato di sostenere la connessione funzionale con le vicende pescaresi, in quanto il reato sarebbe stato commesso in relazione alle funzioni pubblicistiche degli assessori che si riunivano sia all’Aquila, sia a Pescara. Pronta l'opposizione del collegio difensivo che ha trovato d’accordo il giudice in quanto quelle intercettazioni nascevano per questioni completamente diverse, e per reati che prevedevano peraltro l’arresto e per questo concesse dal giudice aquilano: reati che non avevano nulla a che fare con il falso che interessa invece gli odierni imputati. Ora si potrà entrare nel vivo del processo. Si tornerà in aula il 6 aprile del prossimo anno, per ascoltare gli otto testimoni che convocherà la pubblica accusa.

