Riunione fantasma La difesa di D’Alfonso «Il processo è nullo»

8 Giugno 2021

I legali dell’ex presidente regionale: «Leso il diritto a difendersi Il supplemento di indagini del pm all’insaputa dell’indagato»

PESCARA. Parte subito con una eccezione preliminare che potrebbe pesare sull’intero processo, la prima udienza dibattimentale a carico dell’ex presidente della giunta, Luciano D’Alfonso, di quattro assessori dell’epoca, Dino Pepe, Marinella Sclocco, Donato Di Matteo, Silvio Paolucci, oltre al segretario di presidenza, Claudio Ruffini e al capo di gabinetto, Fabrizio Bernardini.
Tutti finiti a processo per falso, per aver fatto figurare D’Alfonso presente a quella giunta del 3 giugno 2018 mentre per l’accusa era assente: riunione che riguardava la fase preparatoria ai lavori al Parco Villa delle Rose di Lanciano (ex ippodromo). Il fascicolo è già arrivato a processo senza le intercettazioni chiave tra Ruffini e D’Alfonso, ritenute inutilizzabili dal gup. Ma ieri il collegio difensivo ha giocato la carta della nullità del rinvio a giudizio, contro la quale si è opposto il pm Andrea Di Giovanni, e che verrà deciso il prossimo 5 luglio. Perché dovrebbe essere nullo?
Perché la procura, dopo l’avviso di conclusioni delle indagini, cui fece seguito l’interrogatorio di D’Alfonso, avrebbe svolto un supplemento di indagini al termine delle quali ha chiesto il rinvio a giudizio. Carte che vennero rese note soltanto davanti al gup (circa un anno dopo), ledendo così, a detta dei difensori dell’ex Governatore (Giuliano Milia e Mirco D’Alicandro) il diritto di difesa dell’indagato. Per le difese la procura avrebbe dovuto formalizzare un nuovo avviso di garanzia e mettere gli indagati a conoscenza delle ulteriori indagini. Il pm ha risposto picche, affermando che quelle indagini vennero fatte sulla scorta delle indicazioni fornite da D’Alfonso e che il capo di imputazione rimase lo stesso.
Ma nella memoria presentata dai legali dell’attuale senatore si precisano tempi e soprattutto norme violate nell’iter procedurale che ha portato al rinvio a giudizio. D’Alfonso indicò due testimoni da sentire a suo favore, mentre la procura svolse una gran mole di indagini allegando agli atti gli interrogatori di otto persone e molte altre attività investigative e, soprattutto, indicando i dati relativi al posizionamento delle cellule telefoniche di D’Alfonso in quella giornata. E qui si aprirà un nuovo fronte (già anticipato ieri), qualora il giudice Scalera dovesse dare torto alle difese (in caso contrario il processo è finito per il momento). Perché?
Quei dati cosiddetti esteriori sarebbero stati acquisiti, ma soprattutto utilizzati dal gup per il rinvio a giudizio, quando D’Alfonso era già da tempo parlamentare. In base a una citata sentenza della Corte costituzionale, il gup avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza del parlamentare perché la garanzia va estesa oltre che alle telefonate, anche all’utilizzo dibattimentale del tabulato telefonico, quale atto idoneo a incidere sulla libertà di comunicazione del parlamentare. Una garanzia che supererebbe anche il fatto che quando venne intercettato, D’Alfonso non era ancora stato eletto al Senato.
Da qui, dunque, la richiesta di nullità del decreto che dispone il giudizio, emesso sulla scorta di elementi probatori illegittimamente acquisti ed utilizzati, stando almeno a quanto sostengono le difese.
©RIPRODUZIONE RISERVATA