«Rivedo ancora le macerie e l’hotel ricoperto di neve»

18 Gennaio 2023

Fabio Salzetta chiamò i soccorsi con Giampiero Parete, ma non furono creduti «Una cosa da uscire pazzi». E oggi chiede giustizia per la sorella e gli altri 28

PESCARA. La porta del vano caldaia che si chiude improvvisamente, la luce che va via e, al buio, solo il rumore sordo del gruppo elettrogeno che invece continua a funzionare. Il 18 gennaio di sei anni fa, alle 16.49, quando la valanga si è abbattuta sull’hotel Rigopiano, Fabio Salzetta è rimasto chiuso lì dentro. E si è salvato.
Il manutentore dell’hotel stava passando ai colleghi rimasti fuori i sacchi di pellet, per riscaldare il resort dove ospiti e dipendenti erano ancora prigionieri alla fine di una giornata di attesa e paura, tra le scosse di terremoto e quel muro di neve che gli negava la fuga.
È Salzetta, con Giampiero Parete che in quegli stessi istanti era nel parcheggio dell’hotel a prendere le medicine in macchina per la famiglia rimasta dentro, il primo testimone di questo disastro italiano. Sopravvissuto sì, ma con la morte ancora nel cuore: sua sorella Linda, che lavorava come lui nel resort, non si è salvata.
Oggi Fabio, classe 1986, lavora e vive a Penne. E a Rigopiano, il luogo prediletto della sua giovinezza, non ci va quasi più: «Quando ci torno, rivedo solo le macerie e la neve che ricopre l’hotel. Continuo a vedere solo e sempre quello», dice.
Fabio, che cosa si aspetta dal processo?
«Giustizia, come tutti, ma sono pronto alla delusione. Domani (oggi, ndr) ci sarò, perché è importante esserci. Ma alla fine nessuno pagherà come dovrebbe, anche se il fatto che hanno chiesto 151 anni per tutti è comunque qualcosa. Ma si sa com’è l’Italia. L’Italia è così».
Che cosa le ha fatto più male in questi sei anni di attesa?
«Ne sono successe tante. Ma quello che fa più male, come ha ricostruito anche l’accusa, è che si poteva evitare tutto. Nessuno ha fatto niente per venire su».
Mentre parliamo sono le 17.30 del 17 gennaio. Che stava facendo sei anni fa a quest’ora, alla vigilia del disastro?
«Stavo in mezzo a un casino totale. Era già tutto un macello, la situazione a quest’ora era già grave. E continuavano ad arrivare gli ospiti. Era buio, arrivarono dietro allo spazzaneve».
E lei, che dalla mattina stava liberando il piazzale dalla neve con il bobcat, che ha pensato?
«Mi sentivo che qualcosa non andava bene, era tutto troppo strano, un caos del genere non si era mai visto, con gli ospiti che erano dovuti salire dietro allo spazzaneve, perfino scortati dalla polizia provinciale, mentre avrebbero dovuto far scendere tutti, perché la situazione era troppo grave. C’erano già due metri di neve».
Quanto ha lavorato quel giorno, il 17, per ripulire il piazzale dell’hotel?
«Dalla mattina fino a mezzanotte. Una ventina di ore».
E la mattina del 18?
«Ho riattaccato poco dopo le 5. Ho trovato il bobcat sepolto dalla neve, perché nella notte ne aveva fatta un altro metro e mezzo. Mi ricordo che per pulire 150 metri, dall’hotel all’insegna, ci ho messo sei ore, dalle 5 e mezza alle 11».
È lì che sua sorella Linda venne a dirle che c’era stato il terremoto?
«Sì».
E come stava?
«Era spaventata, ma il pensiero era per i nostri genitori, era un macello».
Qual è l’ultimo ricordo che ha di sua sorella?
«Quando l’ho vista l’ultima volta. Con la neve mi ero arreso, e tutto bagnato ero rientrato a prendere il giubbino e il marsupio per andare ad aiutare Dame e Alessandro a prendere il pellet nel vano caldaia. Lei era di spalle che stava aiutando in cucina. Dopo poco è arrivata la valanga, non l’ho vista più».
Com’era Linda?
«Siamo tre, lei l’unica sorella, più grande di me di cinque anni. È sempre stata un punto di riferimento, la più allegra, era sempre una festa con lei, la vita a casa era tutta bella».
Che cosa le direbbe oggi?
«Ti voglio bene. Come le dissi quando venne a lavorare nell’hotel, a febbraio 2016. Cercavano una persona per le camere e proposi mia sorella».
Com’è cambiata la vita per i suoi genitori?
«Lottano ogni giorno per andare avanti. Forse l’unico coraggio gli viene dal fatto che potevano perdere due figli, e uno si è salvato».
E lei, fino a quando ha sperato di salvare Linda?
«Fino all’ultimo. Dopo che sono arrivati i soccorsi, sono rimasto sempre su».
È lei che ha indicato com’era fatto l’albergo e da che parte iniziare a scavare, ed è grazie a lei che sono stati ritrovati i bambini.
«Sì, quando ho capito come si era spostato il piano superiore mi sono riuscito a orientare».
Ha già raccontato quando, subito dopo la valanga, con un martello ha rotto le inferriate del vano caldaia per liberarsi, e si è ritrovato nel nulla. Che cosa ha pensato?
«Subito non mi sono reso conto, ero sul lato opposto dell’hotel, sono dovuto salire sul tetto del casotto e da lì ho visto che non c’era più niente».
E poi ha trovato Parete, nel parcheggio. Insieme chiamavate i soccorsi e non vi credevano. Com’è stato?
«Una cosa da uscire pazzi, assurda. E mentre chiamavamo non sapevamo neanche noi che fare, avevamo paura che scendesse un’altra valanga, andavamo su e giù in mezzo alla neve. Avevamo anche pensato di scendere a piedi in paese, ma con tre metri e mezzo di neve saremmo morti. Per disperazione ci siamo messi nella macchina di Parete, non avevamo altra possibilità».
Il suo sentimento dopo sei anni qual è?
«Di rabbia, perché si poteva evitare, e di attesa, per la giustizia».
Crede in Dio?
«Ci credo e non ci credo, come prima di Rigopiano. So solo che le risposte le voglio qui, adesso».
Com’è cambiata la sua vita?
«È un’altra vita. È cambiato tutto. Anche il modo di fare le cose, non sai mai cosa ti aspetta».
Che cosa deve insegnare Rigopiano?
«Che bisogna fare il proprio dovere: se uno può fare, deve fare. E che di fronte alla sicurezza non si può pensare ai soldi: a Rigopiano c’era una sola turbina per 50 chilometri, ed era pure rotta. In un posto di montagna come quello non può e non doveva esserci solo una turbina. Ma anche qui, chi ha fatto l’appalto è andato al risparmio».
Quando è uscito dall’hotel per andare a prendere il pellet, chi ricorda tra quelli in attesa tra la hall e il bar?
«Andavo di fretta e degli ospiti non conoscevo nessuno. Ricordo solo che mentre uscivo ho incrociato Roberto (Del Rosso, il responsabile dei dipendenti, ndr) che mi ha detto “non arriveranno”».