«Rovinato dalle banche ho pensato di uccidermi»

5 Novembre 2017

Imprenditore pescarese racconta la sua storia e come è riuscito a superare i momenti più difficili della sua vita dopo otto, lunghi anni di odissea finanziaria

PESCARA. Vittima di «usura bancaria», pensa al suicidio, ma si salva «grazie all'amore della moglie e dei figli». È lunga otto anni, dal 2009, l'odissea di un imprenditore pescarese del settore del mobile che dopo aver accettato, «dietro pressione dell'istituto di credito», un prestito di circa 250 mila euro (in tempi diversi) per affrontare un momento di crisi, si è ritrovato a restituire alla banca (fino al 2012 ) dai 4 ai 6mila euro al mese con «tassi di interessi usurari, del tutto sproporzionati ai corrispettivi e alla situazione di bisogno delle persone offese, a loro volta impossibilitate a far fronte a un simile peso economico», si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, la cui udienza preliminare è fissata per prossimo il 14 dicembre, alle 9, davanti al Tribunale di Pescara, in via Lo Feudo.
Altra presunta vittima è il socio della stessa azienda, sodalizio che ha oltre mezzo secolo di storia. Per questa vicenda, nel maggio 2016, sono finiti sotto inchiesta alcuni ex top manager bancari con almeno quattro indagati eccellenti, tra amministratori delegati e un vice direttore pro tempore. Una vicenda penale ancora aperta, di cui si sta occupando il sostituto procuratore del tribunale di Pescara, Gennaro Varone.
Le indagini sono scaturite dalla denuncia dei due imprenditori assistiti dall'avvocato Sergio Arquilla. Uno dei due, settantenne, che chiameremo Giovanni, ma è un nome di fantasia, racconta le «difficoltà e la solitudine» di questi otto anni vissuti pericolosamente cercando di salvare l'azienda di famiglia, da un lato, e il matrimonio dall'altro. Nel mezzo, lo strisciante pensiero di farla finita «perché dopo la querela il mondo ti si chiude addosso, la vita diventa un inferno e non sei più nessuno». E se la causa penale, come accaduto, si protrae per anni, «complice la burocrazia di uno Stato ipocrita, sordo e crimonogeno», allora l'imprenditore «si trova come un topo in gabbia». Senza nessuna via di fuga, «che poteva essere una apertura di credito in un'altra banca, non possibile per via della indebita segnalazione del nostro stato di difficoltà alla centrale del Rischio finanziario (Crif), il registro nazionale che tiene i conti delle posizioni di sofferenza degli italiani».
Giovanni, quando è conminciata la discesa nell'inferno?
«Nel 1998, con l'apertura di credito da parte della banca. Abbiamo lavorato benissimo fino al 2009, quando la crisi cominciò a mordere. E la banca, con insistenza, ci propose la concessione di un primo prestito di 150 mila euro, quindi un altro da 100mila euro. Fino al 2012, con rate da 4-6mila euro al mese, riuscimmo a restituire il prestito, poi scoppiammo. Gli interessi erano altissimi, superando la soglia del tasso di usura. Strozzati dai costi sempre più esosi, dietro consigli di amici, decidemmo di querelare la banca per usura e anatocismo».
Come ha trascorso questi otto anni?
«Consumando i risparmi di una vita per tentare di far fronte a tutte le vicissitudini. Sommersi dalle carte per dimostrare quello che loro già sanno, cioè che siamo stati sempre buoni pagatori e cercando di non far scappare clienti e fornitori. Ci siamo persino rivolti al fondo di solidarietà governativo anti-usura, che in un primo tempo ci aveva chiuso le porte in faccia. Abbiamo affrontato l'umiliazione delle ingiunzioni di pagamento e le ferite dei conti da saldare senza potercelo permettere. L'addio al tenore di vita alto, di un passato remoto. Siamo andati avanti a colpi di querela contro gli organismi di uno Stato che non protegge i suoi cittadini ma li ingabbia nei meccanismi di una burocrazia che distrugge aziende, famiglie e dignità. Mentre attendo la giustizia dei tribunali, lo Stato mi sta uccidendo perché mi tassa i beni strumentali e non mi permette di vendere immobili e di ripartire. Nello stesso tempo, dobbiamo proteggere la storia e il buon nome dell'azienda. In Italia, i cittadini muoiono a causa della pressione fiscale più alta del mondo, io mi sono attestato al 60% per cento. In questa circostanza, abbiamo capito perché tanti imprenditori si sono suicidati».
Ha pensato anche lei di togliersi la vita?
«Tante volte, persino scegliendo il modo. Un colpo di pistola alla tempia, poteva essere la soluzione più rapida».
E la famiglia come ha reagito a una tale pressione?
«L'amore della mia adorata moglie e dei miei figli mi ha salvato la vita. Tante volte ho meditato il suicidio, per altrettante mi rendevo conto che non ce l'avrei mai fatta a lasciare le persone che sono la tutta la mia vita. Pensavo alla loro sofferenza, all'amore che non avrei più avuto, ai fiori che non avrei più regalato, ai nipoti che non avrei più visto».
Si sente un fallito?
«Al contrario, mi sento un uomo fortunato. Perché la famiglia e gli amici non mi hanno abbandonato. Non ho mai pianto, se non quando mia madre mi è morta tra le braccia. Sono lucido, confido nella giustizia e combatto. Ci tengo a ringraziare per il lavoro svolto, l'avvocato Arquilla, il perito Federico Legnini della Federabruzzo antiusura di Villamagna, i pm Varone e Papalia.
Ha mai pensato di andarsene dall'Italia?
«No, amo troppo la mia città, il mio Paese. Qui sono nato e ho i miei affetti. Se dovessi andar via sceglierei degli Stati dove il diritto, al contrario dell'Italia, è riconosciuto: Norvegia, Svezia, Canada. I momenti più difficili? La sera è pesante. Quando devi mostrare il volto più sereno ma dentro ti porti rabbia e tormento. Avverti il sapore della rivalsa, che so arriverà.
Se dovesse vincere la sua battaglia, quale sarà la prima cosa che farà?
«Chiederò un risarcimento e aiuterò i miei figli a realizzare i loro sogni.
Un consiglio a chi si trova nella sua stessa situazione?
«Non ingigantire i problemi. Ciò che oggi sembra insormontabile, domani può essere un ricordo più facile da sopportare. Mai pensieri cattivi. L'importante è vivere».
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