Rubinetti a secco, prime denunce Querelati sindaco e direttore Aca

11 Agosto 2024

Iniziativa dell’avvocato Rucci, anche lui rimasto senz’acqua nell’abitazione ai Colli dove ha lo studio: «Si configura il reato di interruzione di pubblico servizio». E chiede il ristoro del danno subito

PESCARA. Fioccano le prime denunce per i disagi patiti a causa delle sistematiche interruzioni idriche nelle case dei pescaresi e di tutta la provincia. Un’emergenza che l’Aca ha spiegato con le sorgenti a secco a causa delle esigue precipitazioni nevose del passato inverno, ma che adesso, dopo settimane di caldo infuocato e rubinetti a secco, sta diventando insostenibile.
A prendere carta e penna per denunciare «gli eventuali responsabili, il direttore Aca e il sindaco di Pescara» (Marco Santedicola e Carlo Masci), è l’avvocato Fernando Rucci, anche lui tra le migliaia di “vittime” della carenza di acqua.
Nella querela indirizzata alla Procura di Pescara, il professionista ipotizza il reato di interruzione di pubblico servizio, motivandolo in poco più di due cartelle e ricostruendo i fatti vissuti da lui stesso in questi ultimi giorni. La questione riguarda, come per altre centinaia di cittadini, la zona dei Colli.
Scrive l’avvocato Rucci: «Abito in via Colli Innamorati dove ho anche lo studio professionale. Dalle 18 dell’8 agosto manca l’acqua potabile, nonostante il caldo estremo e senza che qualcuno sia in grado di dire quando l’erogazione tornerà normale». Il 10 agosto, però, come racconta Rucci nella sua querela, succede che l’acqua torna verso le 7 del mattino, ma già «alle 9 l’erogazione è stata sospesa». Due ore che, come fa presente il legale, sono servite a ben poco, considerando che non essendovi stata comunicazione della repentina interruzione, i residenti non hanno avuto il tempo materiale per approfittare del servizio e «avviare lavatrice e lavapiatti e neppure per fare tutti la doccia in famiglia».
Ma al danno si aggiunge la beffa perché, come spiega l’avvocato, «ci sono zone limitrofe dove l’acqua corrente, seppur con potenza limitata, viene erogata regolarmente, motivo per cui è lecito pensare che non ci sono criteri prestabiliti, in caso di criticità idrica, per la erogazione controllata dell’acqua». Ed è qui, «da tale atteggiamento dei responsabili delle istituzioni» che secondo l’avvocato «si configura il reato di interruzione di pubblico servizio». E spiega: «Il reato si configura alternativamente nella condotta di chi cagiona un’interruzione o di chi turba la regolarità di un ufficio o di un servizio di pubblica necessità, e ciò comporta che le due ipotesi alternative devono ritenersi equivalenti e reciprocamente interpretabili, nel senso che l’interruzione deve essere tale da turbare la regolarità del servizio e la turbativa si realizza anche con una interruzione momentanea».
Dunque poco importa il tempo di interruzione. Quello che conta, sostiene il legale, è «l’effettiva lesione al regolare e ordinato andamento della pubblica amministrazione». E non conta neanche che la condotta sia intenzionalmente diretta a provocare l’interruzione. Per configurare il reato è sufficiente «che il soggetto si renda conto che il proprio comportamento può cagionare tale risultati».
Nel caso delle interruzioni avviate dall’Aca, Rucci sostiene che «in caso di crisi idrica conclamata, non è stata presa alcuna iniziativa per una erogazione controllata dell’acqua, ripartita per zone e per fasce orarie preventivamente determinate, lasciando intere zone prive di erogazione per giorni».
E nel sottolineare anche «la insensibilità delle istituzioni verso le esigenze dei cittadini», sostenendo che «chi ha contattato l’Aca si è sentito rispondere testualmente “Cercate di lavarvi di meno, così ci sarà acqua per tutti”, Rucci conclude la sua denuncia chiedendo, oltre alla punizione relativa alla penale responsabilità, anche il ristoro del danno subito, «tenuto conto che per potermi fare almeno la doccia al mattino sono costretto a recarmi a casa di amici a Francavilla al Mare».
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