«Salviamo i nostri bambini dalle bombe della Russia»

Docente ucraina racconta l’impegno del padre a Leopoli: così mettiamo al sicuro i piccoli
PESCARA. Kalyna vorrebbe salvarli tutti i bambini dell’Ucraina: «Sono centinaia i bimbi e i ragazzi in fuga dalle bombe di Putin o bloccati alle dogane nei Paesi confinanti. Sono al freddo e affamati. Camminano a piedi, o in bus, quelli più fortunati vanno in auto con i genitori. Tanti altri vengono tratti in salvo da persone di buon cuore e consegnati ai sacerdoti di frontiera che trovano loro riparo e accoglienza». Tra queste «persone di buon cuore» c’è anche il padre, che si trova a Leopoli, uno degli epicentri della guerra tra Russia e Ucraina. Nelle ultime ore, anche grazie al padre, «tra Polonia e Ucraina, 150, tra cui neonati e ragazzi fino a 16 anni, fuggiti con gli adulti da un orfanotrofio, sono stati messi al sicuro e ora sono fuori pericolo». Lo racconta Kalyna Salyak, 33 anni, originaria di Leopoli, Ucraina occidentale, insegnante di canto jazz pop al Conservatorio di Frosinone e da 15 anni residente a Montesilvano con la famiglia. Kalyna è mamma di due bambini di 5 mesi e 2 anni e con il marito avvocato sta sollecitando le diplomazie internazionali e le istituzioni a salvare i piccoli ucraini, tantissimi senza più papà e mamma, che rischiano la vita là dove soffiano i venti di guerra. In queste ore drammatiche Kalyna lancia un appello accorato: «Chiunque desideri ospitare in casa gli orfani ucraini si faccia avanti e si metta in contatto con me attraverso i social. Ho già ricevuto almeno 300 contatti tra Pescara, Montesilvano e Frosinone dove lavoro. Qualcuno ha avanzato la proposta di adottarli, col tempo si studieranno le possibilità, ma al momento non possiamo dare queste speranze. Intanto, mi hanno già dato ampia disponibilità i sindaci di Pescara e Montesilvano, Carlo Masci e Ottavio De Martinis». Il Comune di Pescara è operativo da giorni nell’accoglienza alle 20 persone ospitate all’hotel Holiday. «Alle istituzioni», dice la donna, «chiedo di mettere a disposizione, se possibile, grandi strutture come i palazzetti dello sport, per far arrivare quanti più bambini possibili e farli stare tutti insieme in questo momento in cui sono fragili e destabilizzati. Magari organizzeremo una festicciola per allontanarli da stress e paura e avranno supporti psicologici. Con l’aiuto delle istituzioni e della gente, da cui sto ricevendo una solidarietà commovente, stiamo facendo l'impossibile per metterne tanti in salvo».
Tutta la famiglia di Kalyna, preoccupata per il papà che si trova ancora a Leopoli, i cugini e una zia della madre (anch’essa residente a Montesilvano) a Sumy, epicentri bellici, è impegnata nell’obiettivo di salvare altri bambini meno fortunati: «La situazione è terribile», afferma provata, «i primi giorni di guerra sono stati scioccanti e di pianti, ora è peggio con l’aggravarsi delle notizie che ci arrivano di ora in ora. Ci sentiamo impotenti, sopraffatti dalla paura. Ho parenti e amici a Leopoli, dove scarseggia anche il cibo, nascosti negli scantinati, che non sono partiti perché non pensavano che la situazione diventasse così pesante. E ora non possono andare via», le condizioni non lo permettono, le strade sono presidiate, i ponti e la viabilità saltata, i droni a controllare i cieli dai quali piovono bombe, «hanno persino paura di uscire dai bunker a farsi una doccia per timore di essere centrati. Sentivamo il bisogno di fare qualcosa, non potevamo restare a guardare. In Ucraina ci sarebbero 70mila bambini orfani di evacuare. Quelli che non possono uscire dal Paese sono stati collocati in case famiglia. Alla frontiera polacca, romena, ungherese, sono centinaia i piccoli in coda, al freddo, all’aperto, camminano a piedi. Chi può permetterselo va in macchina con i genitori». Ma sono ore di attesa per i controlli e per sbrigare le formalità. «Gli orfani, anche delle precedenti guerre, sono neonati e ragazzi fino a 16 anni. Dal passaparola sappiamo che i diciottenni sono stati chiamati a combattere», prosegue Kalyna che dopo il lancio degli appelli riceve i messaggi di solidarietà attraverso il suo profilo Facebook. «Io, con i miei familiari non potevo restare a guardare», ammette la docente di canto arrivata in Italia quando aveva 5 anni, «sono solo una mamma che sta cercando di salvare bambini che rischiano di morire».
Da via Rigopiano arriva la solidarietà di Casa Ail, nelle parole del presidente dell’associazione, Domenico Cappuccilli: «Due camere con 5 posti letto e bagno comune anche per disabili sono a disposizione di una famiglia profuga. Potrà restare da noi per il tempo necessario». La struttura mette a disposizione vitto, alloggio e tampone anti Covid.

