Salzetta, l’unico lavoratore superstite di Rigopiano: «È assurdo che gli enti si azzannino per i soldi»

La testimonianza: «Non ho visto un euro, ho ancora gli incubi». E la madre di una vittima racconta: «A noi solo un assegno funerario, vergognoso e offensivo, di 2.136 euro»
PESCARA. «Gli enti pubblici si azzannano tra loro per i soldi, invece di cercare le responsabilità vere». E il buio attorno alla catastrofe di Rigopiano ritorna in queste parole di Fabio Salzetta, l’unico superstite tra i lavoratori dell’hotel travolto dalla valanga il 18 gennaio 2017. Salzetta, oggi 35enne, perse undici colleghi (le vittime totali furono 29). In quella tomba di ghiaccio e detriti anche la sua Linda, la sorella: i soccorritori la trovarono cinque giorni dopo, nella giornata del suo trentunesimo compleanno. La notizia della richiesta avanzata dall’Inail di Pescara non lo lascia indifferente. L’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro chiede il recupero delle prestazioni erogate – per conto delle vittime e del ferito Salzetta – pari a 2 milioni 737mila euro. Li rivuole dal Governo, dalla Regione, dalla Provincia di Pescara e dal Comune di Farindola.
Come valuta Salzetta questa iniziativa legale? Nella risposta tutta l’amarezza. «Sinceramente non l’ho capita» afferma «personalmente non ho visto un euro dall’Inail. Non sono rimasto ferito nel fisico, ma nell’animo sì. E dentro so solo io come sto ed effettivamente ho alcuni punti riconosciuti d’invalidità civile». Salzetta è ora dipendente di un’impresa di Penne e sta lavorando in un cantiere. Per un minuto accetta di ricordare ancora una volta quel dramma. La porta che sbatte forte, un sibilo, quel rumore improvviso e lui che resta bloccato nel vano caldaie. E poi, quando riesce, trova tutto inghiottito dalla neve. Niente più hotel, dov’erano la sorella con gli altri dipendenti e tutti gli ospiti che dalla mattina, bloccati dalla neve e con le scosse di terremoto in corso, chiedevano di tornare a casa.
Spariti anche i tre colleghi con cui, come una catena umana, si stava passando i sacchi di pellet fin dentro l’albergo. Nove anni e mezzo dopo, Fabio Salzetta, il manutentore dell’hotel abbattuto dalla valanga, ha ancora quest’incubo. «Non sono ricordi, ci convivo. A un certo punto abbiamo pensato che fosse stato il terremoto e che fosse crollata anche tutta Farindola con i paesi vicini. E che alla fine non sarebbe arrivato nessuno a salvarci».
Dodici ore passarono prima che Salzetta, senza telefonino e coperto appena da una felpa, e Giampiero Parete, nell’auto di quest’ultimo, fossero raggiunti dai primi soccorritori arrivati con gli sci ai piedi. «Il tempo di arrampicarmi e di uscire dal vano caldaie dov’ero rimasto bloccato e ho visto quello che era successo. Ho impiegato un quarto d’ora per uscire dal vano caldaia. Mi sono arrampicato, sono salito sul tetto e da lì ho visto che era tutto bianco e sommerso. Mi sono messo a urlare: non ci posso credere! Quando sono uscito sul tetto e non ho trovato più niente è stato terribile. Una scena che sogno ancora: non passa, non può mai passare...». Sulla vicenda relativa all’azione dell’Inail, interviene il Comitato vittime di Rigopiano chiarendo che «quelle prestazioni hanno riguardato soltanto sei dei lavoratori morti».
Paola Ferretti, componente del direttivo e madre di Emanuele Bonifazi, trentunenne del Maceratese che lavorava come receptionist nel resort, spiega: «Nel nostro caso quelle prestazioni non sono state riconosciute perché non siamo familiari a carico sulla base di una serie di parametri simili a quelli per cui vengono erogate le pensioni di reversibilità. Abbiamo solo ottenuto un assegno funerario, vergognoso ed offensivo per un totale di 2.136 euro che non hanno coperto neanche la metà delle spese funerarie. Da più di nove anni», aggiunge, «cerchiamo di evidenziare la carenza normativa di una legge del 1968 che regola il trattamento economico dei morti sul lavoro, sottoponendo la questione a tutte le istituzioni possibili, compresa l’attuale presidente del consiglio Giorgia Meloni, ma finora nulla è cambiato. Nessuno si è mai preoccupato di integrare quella norma e sistemare la situazione». Nonostante si tratti di una procedura scontata, perché l’Inail si è costituito parte civile, il Comitato si definisce «meravigliato dalla tempestività con cui l’Istituto si è attivato, visto che siamo ancora in attesa di conoscere le motivazioni della Corte d’Appello di Perugia».
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