Savina: la strage di Capaci fu la sconfitta della mafia

Parla l’abruzzese, ex vice capo della polizia, che arrestò l’assassino di Falcone: l’Italia, 30 anni fa, perse un magistrato eccezionale ma fu la fine di Cosa nostra
CHIETI. Il 23 maggio del 1992 è una data scolpita nella memoria di Luigi Savina, il poliziotto abruzzese che arrestò Giovanni Brusca, l’assassino di Giovanni Falcone. Oggi Savina, originario di Chieti, ha 68 anni ed è l’ex vice capo della Polizia. Ne aveva 38 quando Totò Riina ordinò di uccidere il magistrato, che indagava su “Cosa nostra”, con 500 chili di tritolo sull’autostrada che collega Palermo all’aeroporto di Capaci. Ma quella strage che costò la vita a Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, segnò l’inizio della sconfitta della mafia.
Dottor Savina, che cosa ha perso l’Italia il 23 maggio di trent’anni fa?
«Un grande magistrato, di intelligenza e capacità investigative importantissime. Ha perso anche una grande donna, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, che pur sapendo il rischio che correva non s’è mai separata da Giovanni Falcone. E ha perso tre ragazzi eccezionali, tre servitori dello Stato. Ma ha guadagnato una risposta elevatissima contro “Cosa nostra”»,
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: la foto scattata da Tony Gentile che li ritrae sereni è diventata l’immagine simbolo della legalità. Perché la mafia uccise prima l’uno e poi l’altro nel giro di 57 giorni?
«C’è una ricostruzione di questa velocizzazione degli eventi. La strage di Capaci era collegata alla sentenza della Cassazione del 30 gennaio del 1992 che infliggeva l’ergastolo ai vertici di “Cosa nostra”. Ci fu quindi una escalation cominciata con l’omicidio di Salvo Lima, perché, come parlamentare, avrebbe dovuto evitare quella sentenza. Poi la mafia colpì Falcone che, per Riina, era l’incarnazione del nemico e il 19 luglio toccò a Paolo Borsellino, che di Falcone aveva raccolto l’eredità, e agli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Casentino e Claudio Traina.
In via D’Amelio, a Palermo, “Cosa nostra” volle dimostrare, con una seconda strage, la propria forza, la propria potenza. Accadde la stessa cosa nel 1993, dopo l’arresto di Riina, quando ci furono le stragi continentali a Roma, Firenze e Milano».
Torniamo a Capaci. Quel giorno morirono anche tre uomini della scorta. Uno di loro, Antonio Montinaro, lavorava con lei a Palermo. E le parole di Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, pronunciate al funerale (“Io vi perdono, vi dovete mettere in ginocchio però se avete il coraggio di cambiare”) restano un monito perenne. Perché oggi la mafia non uccide più gli uomini della legalità. Cosa è cambiato in trent’anni?
«È cambiata la mentalità di “Cosa nostra”. Ha capito che non conviene attaccare uno Stato che sa rispondere. Certo, è servito del tempo per approvare le leggi, seguendo le regole della democrazia, ma abbiamo vinto la guerra contro le cosche mafiose. Ma “Cosa nostra” esiste ancora e oggi opera sotto traccia. Qualche giorno fa, a Palermo, polizia e carabinieri hanno arrestato numerosi mafiosi che, nella zona di Brancaccio, commettevano estorsioni ai danni dei commercianti. Ricordo le parole pronunciate nel 2017, alla festa della Polizia, da Renato Cortese, ex questore di Palermo dove ha speso molti anni per la legalità. Diceva che c’erano segnali fortissimi della ripresa di “Cosa nostra”.
Ma è una mafia diversa che oggi fa un calcolo di tipo economico: quello di ottenere il massimo vantaggio con il minimo rischio perché sfidare e fare la guerra allo Stato significa essere perdenti».
Nel 1996 lei era il capo della Squadra Mobile di Palermo. Cosa accadde la sera del 20 maggio di quell’anno a Cannatello, frazione di Agrigento?
«Quel che accadde è ormai sui libri di storia. La squadra mobile di Palermo composta da 200 splendidi ragazzi, che ho avuto l’onore e il privilegio di dirigere, con delle indagini serrate, precedute e seguite dagli arresti di altri pericolosi latitanti, catturò Giovanni Brusca, l’uomo che fisicamente aveva premuto il pulsante dell’esplosivo collocato sotto il viadotto autostradale di Capaci.
Quella sera, a Cannatello, attraverso un complesso sistema di intercettazioni telefoniche, e la sovrapposizione di un rumore, creato ad arte con la marmitta bucata di una moto, abbiamo avuto la certezza che l’assassino di Falcone era in una certa abitazione già circondata preventivamente e, a quel punto, siamo intervenuti.
«È lì, è lì, è lì», urlò Renato Cortese. Ed era un urlo straordinario».
Come reagì la gente di Palermo?
«La cattura di Brusca è stata una grande risposta dello Stato, una risposta ottenuta grazie alle regole che ci ha insegnato Giovanni Falcone. Rientrammo in corteo a Palermo mentre la città esponeva lenzuoli bianchi dai balconi e la gente, che non aveva più paura della mafia, finalmente si affacciava per applaudire gli uomini dello Stato. Appena qualche giorno dopo, con Claudio Sanfilippo, oggi questore di Sassari, e di intesa con il procuratore Gian Carlo Caselli, incontrai Brusca che iniziò la sua collaborazione ritenuta da tutti fondamentale».
Ma il 31 maggio del 2021, Brusca, soprannominato in siciliano “u verru”, il porco, dopo aver trascorso 25 anni in carcere, è stato liberato per aver scontato la sua pena. Ha commesso oltre 150 delitti ma, allo stesso tempo, ha permesso con le sue confessioni di decapitare “Cosa nostra”. Lei, oggi, che cosa prova a sapere che il mafioso che schiacciò il pulsante della strage di Capaci è un uomo libero?
«Non è proprio un uomo libero perché, sebbene non sia più in carcere, è sottoposto a una serie di vigilanze.
Io mi rimetto alle parole di una grande donna, Maria Falcone che, un anno fa, a proposito delle polemiche che ci furono dopo la scarcerazione di Brusca, ricordò la lezione del fratello. Giovanni Falcone sosteneva che “Cosa nostra” doveva essere svuotata dall’interno. È la legge sui collaboratori di giustizia che fu voluta proprio da Falcone, anche se né lui né Borsellino la videro attuata.
Il risultato raggiunto con le indagini su eventi terribili e la cattura di molti importanti latitanti fa accettare la scarcerazione di Giovanni Brusca. È giusto così».
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