Savina svela: Brusca preso con un trucco

L’intervista a Rete 8 del super poliziotto abruzzese che arrestò l’assassino di Giovanni Falcone
CHIETI. «Tornammo a Palermo, la città era tutta in piedi. Stavano trasmettendo in tv il film su Capaci. I poliziotti, i miei poliziotti, vennero visti come difensori dello Stato». Così racconta Luigi Savina, ospite ieri della prima puntata della trasmissione “Mezz’ora senza rete”, andate in onda alle 13,20 su Rete 8, con la collaborazione del quotidiano Il Centro. L’ex vice capo della polizia originario di Chieti, ha raccontato l’arresto di Giovanni Brusca, l’assassino di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. «Brusca era un sanguinario», dice Savina, «e in quel momento era il numero uno di Cosa nostra». Era il 20 maggio 1996 quando, alle 21, in un paesino vicino ad Agrigento, Cannatello, duecento uomini della polizia, guidati da Savina, allora capo della squadra mobile di Palermo, arrestano il sicario di Totò Riina. Come? Brusca commise un errore: accese il telefonino quando ormai era sera. E poi cadde in un tranello semplice e geniale.
Con Savina, quella sera, c’era Renato Cortese, ora questore di Palermo che dopo Brusca catturò Bernardo Provenzano. Ed ecco la rivelazione in tv di Savina: «Usammo uno stratagemma, una vecchia moto della polizia con una ruota forata. La moto passò e ripassò davanti a tre villette in una delle quali era nascosto il latitante Brusca che fece l’errore di rispondere alla nostra telefonata. Quando il rumore della moto coprì la voce al telefono capimmo dov’era nascosto ed io», aggiungi Savina con un velo di emozione, «ho ancora un urlo nell’orecchio: “È lì, è lì”, gridò Cortese».
Finì così la latitanza di Brusca, dopo 150 delitti, tra cui quelli del giudice Rocco Chinnici e del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido, prima della strage di Capaci avvenuta il 20 maggio del 1992. Ma il suo arresto fu determinante perché permise molti altri arresti importanti: «Il valore del pentimento è fondamentale», continua Savina citando Falcone e l’eredità investigativa che il giudice ha lasciato dopo la sua tragica morte. Proprio grazie al pentimento, però, Brusca ha ottenuto una consistente riduzione della pena, scesa a 26 anni, tant’è che tornerà libero nel 2022. Ma su questo punto Savina non dice nulla. Fa invece una riflessione, durante la trasmissione di Rete 8, su Matteo Messina Denaro, il super latitante del momento, complice anche di Brusca in quegli anni terribili. E dice: «Tutti i boss latitanti sono stati arrestati in casa loro, ma penso che non sia così per Messina Denaro».
La sua latitanza, quindi, è lontana dalla Sicilia. Si lascia poi andare, Savina, a un ricordo commosso per i poliziotti che lavoravano a Palermo con grande impegno e che sono morti. E a loro dedica le immagini mostrate in tv degli applausi e delle urla della gente che accompagnano l’arresto di Brusca. «Erano gli anni in cui nel mettere una targa ricordo avanti alla casa di Falcone un condominio ci disse di no. Ma per fortuna quegli anni sono finiti», dice infine l’ex vice capo della polizia che tornerà presto in Abruzzo per il premio Borsellino di cui è stato nominato presidente. «Gli uomini passano, le idee di legalità restano», conclude il super poliziotto abruzzese che arrestò l’assassino di Falcone. (l.c.)

