Scaccia: «L’agricoltura può tornare a crescere»

Perse 3.772 aziende, il direttore nazionale della Cia spiega i rimedi
L'AQUILA. L'Abruzzo al vertice della Confederazione agricoltori italiani. Maurizio Scaccia, originario della provincia di Chieti, è il direttore nazionale della Cia. Un mandato assunto da pochi mesi, in un momento di crisi per il mondo agricolo.
Sono 3.772 le imprese abruzzesi di settore che hanno chiuso i battenti negli ultimi anni, 36 mila in Italia. Non solo per la pandemia e gli effetti del caro-bollette. «Servono interventi strutturali, che consentano agli agricoltori di percorrere tutta la filiera, dalla produzione alla vendita», suggerisce Scaccia. L'Abruzzo rappresenta lo specchio dell'Italia.
Direttore Scaccia, qual è, ad oggi, la situazione?
Il comparto agricolo vive una crisi importante. Molte aziende chiudono, ma bisogna anche dire che altre imprese non solo restano sul mercato, ma aumentano le dimensioni produttive e occupazionali. Un fenomeno legato alla consistenza stessa delle aziende: le più piccole, che producono ma non vendono direttamente, fanno fatica a restare sul mercato. In Abruzzo, del resto, l'agricoltura è nata come supporto economico alle famiglie: chiunque di noi, se risale a tre generazioni indietro, trova un contatto con l'agricoltura. Le aziende più grandi, che lavorano professionalmente solo in questo settore, provano ad allargare la filiera dalla produzione alla commercializzazione. È questa la chiave per una svolta.
L'agricoltura, in Abruzzo, corre quindi su un doppio binario?
Oggi abbiamo questo tipo di dualismo: troppe persone come popolazione, con poche risorse da spendere. L'80% della popolazione ha un reddito inferiore a 26mila euro l'anno: in Abruzzo questo dato è ancora più alto. Ciò comporta che i consumatori si orientano su prodotti con un valore più basso, spesso di importazione, economicamente più convenienti. L'imprenditore agricolo "puro" ha meno spazi sul mercato, in quanto i grossi numeri si fanno sulla commercializzazione, non sulla vendita alla grande distribuzione. È lì vero business.
Quanto pesano sull'agricoltura abruzzese e non solo la guerra in Ucraina e l'aumento esponenziale dei prezzi? Hanno influito in maniera determinante. Negli ultimi due anni le spese per le imprese agricole sono più che raddoppiate.
Ci fa qualche esempio?
Sui fertilizzanti l'aumento è stato del 200%. Il gasolio agricolo è passato da 80 centesimi a 1 euro e 50 centesimi al litro. L'urea agricola, il concime azotato più diffuso e impiegato in agricoltura, è passato da 50 euro a 110 euro al quintale. Due prodotti che qualsiasi agricoltore utilizza. Di contro, però, non è aumentato il valore di vendita dei prodotti ortofrutticoli.
Quali ostacoli trovano i giovani che voglio intraprendere questa strada?
I cavilli burocratici sono molti, sia per impiantare una nuova impresa, che per il mantenimento di quelle esistenti. Esiste un secondo problema: i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) procedono molto a rilento e impediscono alle aziende, che vogliono investire e ampliare il raggio di azione, di farlo.
In agricoltura viene impiegata prevalentemente manodopera straniera. Ci sono risorse sufficienti?
Partiamo da un dato: la manodopera italiana da impiegare nei campi e nelle produzioni agricole non si trova. È reperibile soltanto quella straniera, ma il decreto Flussi mette a disposizione numeri irrisori rispetto alle reali esigenze di mercato. Purtroppo le imprese agricole lavorano sulla stagionalità delle produzioni: la raccolta delle olive si tiene a novembre, la vendemmia a ottobre. Ad oggi, non esistono strumenti di flessibilità in grado di gestire l'esigenza di stagionalità della manodopera impiegata in agricoltura.
In tutto questo anche il reddito di cittadinanza rappresenta un ostacolo?
È un grande problema. La misura varata dal Governo ha influito pesantemente sulla disponibilità di lavoratori stagionali. Chi percepisce il reddito di cittadinanza, spesso non è disponibile a lavori e contratti stagionali.
La Cia ha varato un pacchetto di proposte da sottoporre al Governo. Di che si tratta?
Il primo argomento in agenda riguarda gli interventi strutturali, di cui necessita il settore per consentire alle imprese di percorrere tutta la filiera, dalla produzione locale alla commercializzazione sul mercato, che garantisce maggiori introiti, non passando per intermediari. Chiediamo anche di agevolare i contratti di filiera, in maniera puntuale, senza ulteriori ritardi a garanzia di un maggiore sviluppo delle imprese agricole.
Quale ruolo può giocare il Pnrr per lo sviluppo dell'agricoltura in Abruzzo?
Siamo una regione fortemente legata al comparto agricolo, dove le produzioni sono ottime e di qualità. Vanno messi a terra i progetti del Pnrr, su cui si deve imprimere una forte accelerazione per fornire risorse fresche alle aziende agricole abruzzesi che vogliono investire, ampliare gli stabilimenti e le produzioni, incrementando la manodopera. Parliamo di possibilità di sviluppo concrete, ma che necessitano di tempi rapidi.
Direttore, lei ha affrontato anche il tema della flessibilità del lavoro, che in agricoltura è essenziale.
Anche su questo capitolo ci aspettiamo un intervento del Governo, con un'azione efficace sulla stagionalità dei contratti, a garanzia dei lavoratori e delle stesse imprese che devono applicarli. Questo è tanto più valido per le aziende di piccole e medie dimensioni, che in Abruzzo sono la maggior parte, e che devono poter assumere manodopera con forme di flessibilità garantite, rispettando i tempi delle produzioni e le stagionalità dei raccolti. Ma il passaggio fondamentale, per le imprese agricole, resta la possibilità di occupare l'intera filiera, dalla produzione alla vendita diretta, gestendo tutto in proprio. Un meccanismo che si traduce in maggiori entrate.
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